economia politica

Economia Politica

LA TEORIA DEL CONSUMO

 

La teoria che riguarda il comportamento del consumatore indica che i consumatori scelgono le combinazioni migliori fra quelle disponibili.

 

Due elementi sono alla base della teoria:

 

  1. l’insieme delle combinazioni di beni (o panieri) disponibili per i diversi consumatori: vincolo di bilancio

 

  1. una  strumentazione che consenta di dire quando un paniere è migliore di un altro: metodologia delle “preferenze del consumatore

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Il vincolo di bilancio

 

Per i nostri consumi quotidiani disponiamo di una limitata quantità di denaro e la somma a disposizione dell’individuo è data dal reddito diminuito delle imposte al netto dei trasferimenti, cd. reddito disponibile.

 

Immaginiamo che in questa economia fittizia esistano due soli beni:

 

  • bene 1: oggetto della nostra scelta diretta (es. la pasta)

 

  • bene 2: “tutti gli altri beni” dell’economia non prescelti

 

Considerare solo due beni, permette di trattare la teoria del consumo in maniera semplificata.

 

Indichiamo con x1, x2 la combinazione di consumo, o paniere di consumo, dove x1 ed x2 sono la quantità del bene 1 e del bene 2 che il consumatore sceglie di consumare. X sarà il paniere di consumo.

 

Supponiamo che i prezzi di mercato dei due beni siano noti e dati da p1 e p2 e R il reddito disponibile del consumatore.

 

Il vincolo di bilancio è: P1 X1 + P2 X2 ≤ R

 

Il vincolo di bilancio richiede che la quantità di moneta spesa per l’acquisto dei 2beni non superi la moneta che il consumatore ha a disposizione.

 

RETTA DI BILANCIO: insieme dei panieri di beni il cui costo è esattamente pari a R → P1 X1 + P2 X2 = R

 

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Isolando x2 otteniamo la massima quantità di prodotto acquistabile del bene x2: R/P2 e il numero di unità del bene 2 che il consumatore deve consumare per soddisfare esattamente il vincolo di bilancio: P1/P2.

 

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Costruire la retta di bilancio: abbiamo in ascissa il bene 1 ed in ordinata il bene 2, R/p2 è l’intercetta sull’asse delle ordinate e indica la quantità del bene 2 che può essere acquistata usando tutto R per tale bene, ed R/p1 è l’intercetta sull’asse delle ascisse e indica la quantità del bene 1 che può essere acquistata usando tutto R per tale bene.

 

L’inclinazione della retta di bilancio, ovvero il rapporto tra i prezzi dei due beni è il saggio di sostituzione (o costo opportunità): indica a quante unità del bene 2 occorre rinunciare per consumare, dati prezzi e reddito, una unità aggiuntiva del bene 1

 

Insieme di bilancio: le combinazioni di consumo acquistabili in corrispondenza dei prezzi p1 e p2 e del reddito R, tale insieme è costituito da tutti i punti sulla retta di bilancio e dai punti al di sotto di essa:

 

  • punti al di sopra: (es. C) sono panieri non raggiungibili dal consumatore, perché per essere consumati richiederebbero un maggiore reddito.
  • punti al di sotto: (es. B) sono panieri di beni, che non consentono al consumatore di spendere tutto il proprio reddito;

 

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Variazioni di p1, p2 ed R comportano cambiamenti della inclinazione e/o della posizione della retta di bilancio:

 

  1. variazioni del reddito, a parità di prezzi, modificano la posizione della retta di bilancio: se R aumenta, da R a R’, la retta di bilancio si sposta parallelamente a destra, poiché aumenta la capacità di spesa del consumatore, essa è il reddito reale, ovvero il reddito monetario R diviso i prezzi dei due beni.

 

Un aumento in proporzione dei prezzi equivale a una diminuzione di R (sposta in basso la retta del bilancio).

 

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  1. variazioni dei prezzi, a parità di R, modificano l’inclinazione della retta di bilancio:

 

  1. riduzione di p1: cambia l’intercetta sull’asse delle ascisse e la retta di bilancio diventa meno inclinata;

 

–p1/p2 diminuisce in valore assoluto (ovvero considerandone il valore positivo).

 

  1. aumento di p2: cambia l’intercetta sull’asse delle ordinate e la retta di bilancio diventa meno inclinata;

 

–p1/p2 diminuisce.

 

Se i prezzi aumentano (diminuiscono) ed il reddito aumenta (diminuisce) nella stessa misura dei prezzi, la retta di bilancio rimane la stessa

 

Le preferenze del consumatore

 

L’utilità è la soddisfazione che l’individuo ricava dal consumo dei beni e dei servizi (concetto soggettivo).

 

Per determinare la scelta di un consumatore per un paniere di beni “preferito” ad un altro si considerano le preferenze che guidano il consumatore.

 

Indichiamo con (x1, x2), o X, il paniere costituito dalle quantità x1 ed x2 dei beni 1 e 2;

 

indichiamo con (y1, y2), o Y, il paniere costituito dalle quantità y1 ed y2 dei beni 1 e 2.

 

Immaginiamo che il consumatore possa ordinare tali panieri in base alla loro desiderabilità. Allora potrà accadere che:

 

  1. Il paniere X è strettamente preferito al paniere Y.

 

  1. Il paniere X è debolmente preferito al paniere Y, ovvero preferito almeno tanto quanto il paniere Y.

 

  1. Il paniere X è indifferente rispetto al paniere Y.

 

Assiomi della teoria del consumatore”:

 

  1. Completezza: dati due panieri qualunque X ed Y, il consumatore è sempre in grado di confrontarli e classificarli, quindi può preferire X o Y, o essere indifferente tra i due (conferiscono al consumatore lo stesso livello di soddisfazione).
  1. Riflessività: “ogni paniere è desiderabile almeno quanto se stesso”. Assioma di coerenza: se A > B non può valere B > A;

 

  1. Transitività: se un paniere X è debolmente preferito ad un paniere Y ed il paniere Y è debolmente preferito ad un terzo paniere Z, allora X è debolmente preferito a Z (preferenze razionali).

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Utilità marginale

 

È l’incremento di utilità (ΔU) che il consumatore trae dalla dose aggiuntiva di un bene (ΔX1) a parità di tutti gli altri beni.

 

L’utilità marginale del bene 1 è data dalla variazione dell’utilità/la variazione della quantità del bene 1

 

Proprietà delle funzioni di utilità

 

Generica funzione di utilità (per semplicità formata di due soli beni):

 

– la funzione di utilità è sempre crescente, rispettando così il principio della non sazietà

 

la funzione cresce a ritmi decrescenti, rispettando il principio dell’utilità marginale decrescente (dosi aggiuntive dello stesso bene danno un’utilità positiva agli individui, ma l’utilità dell’ultima dose è minore di quella associata alla dose precedente – es. della pastasciutta)

 

Le curve di indifferenza

 

Le curve di indifferenza rappresentano le preferenze dei consumatori.

 

Lungo una curva di indifferenza sono indicati tutti i panieri dai quali il consumatore ottiene il medesimo livello di soddisfazione.

 

A seconda delle preferenze degli individui le curve di indifferenza possono assumere forme differenti.

 

Ad indicare preferenze regolari (o well-behaved) gli economisti assumono delle ipotesi sulle preferenze del consumatore:

 

  1. Monotonicità (non sazietà): maggiore è la quantità dei beni nel paniere, più il consumatore è felice (di più è meglio).

 

Graficamente a curve più a destra corrispondano livelli di soddisfazione maggiori, infatti il paniere A è preferito rispetto alla regione dominata (es. B), ma non preferito rispetto alla regione preferita (es. C). (D o E implicano una maggior quantità consumata di un bene e una minore dell’altro, rispetto ad A, per cui non possiamo stabilire se sono migliori o peggiori rispetto al paniere A)

 

  1. Convessità: il consumatore può sostituire il bene 1 con il bene 2 ma tale sostituibilità è imperfetta (il rapporto di sostituzione non è costante).

 

Le curve di indifferenza regolari, in particolare, risultano convesse e quindi dati due panieri A e B che si trovano su una stessa curva di indifferenza possiamo costruire un terzo paniere C come combinazione lineare dei due panieri iniziali, che sarà preferito agli altri due

 

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Paniere A: x2=8; x1=4.

Paniere B: x2=4; x1=8.

Paniere C: x2=A/2 + B/2=6; x1= A/2 + B/2=6

Il paniere C è una media dei due panieri A e B ed è preferito ad A e B.

 

Graficamente, i panieri A e B si trovano sulla curva U1, mentre C si trova su U2, preferita a U1 perché spostata in alto a destra.

 

Il Saggio Marginale di Sostituzione

 

SMS: inclinazione di una curva di indifferenza in corrispondenza di un punto, si tratta del saggio al quale il consumatore è disposto a sostituire uno dei due beni con l’altro, senza che la sua soddisfazione cambi.

 

Es. SMS = -2 → il consumatore è disposto a rinunciare a 2 unità del bene 2 per avere una unità in più del bene 1 senza modificare il suo grado di soddisfazione, ovvero muovendosi lungo una stessa curva di indifferenza.

 

Il SMS è un numero negativo, perché la curva di indifferenza ha (sempre) inclinazione negativa ed è decrescente mano a mano che ci si sposta lungo la curva di indifferenza da sinistra verso destra.

 

Matematicamente, l’inclinazione della curva di indifferenza in un punto è l’inclinazione della retta tangente alla curva in quel punto.

 

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  1. A (1; 10) B (2; 7) C (3; 5,5) D (4; 4,5)

 

Se un individuo desidera aumentare il consumo del bene X1 di una unità (ΔX1=1):

 

-nel passaggio da A a B, è disposto a privarsi di 3 unità del bene X2 (SMS = 3)

 

-nel passaggio da B a C è disposto a privarsi di 1,5 unità di X2 (SMS = 1,5)

 

-nel passaggio da C a D di 1 unità (SMS = 1).

 

Pertanto lungo la curva di indifferenza, il SMS diminuisce in quanto quando l’individuo è ricco del bene 2 e povero del bene 1 (A) è disposto a privarsi di una quantità maggiore del bene 2 per ottenere una quantità in più del bene 1.

 

Al crescere del bene 1 l’individuo è disposto a cedere quantità via via inferiori del bene 2 (che diventa più scarso).

 

SMS e utilità marginale

 

L’utilità di un paniere composto da due beni può cambiare in seguito ad una variazione nel consumo di X1, sia in seguito ad una variazione nel consumo di X2, quindi: ΔU = UM1 ΔX1+ UM2 ΔX2

 

Dato che lungo ogni generica curva di indifferenza l’utilità è costante, avremo che ΔU = 0, quindi:

0 = UM1 ΔX1+ UM2 ΔX2 e UM1 ΔX1 = UM2 ΔX2

 

Il SMS è sempre uguale al rapporto (inverso) fra le utilità marginali dei due beni: SMS = -ΔX2/ΔX1 = UM1/UM2

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2.5 Esempi di preferenze e relative funzioni di utilità

 

-Preferenze Cobb-Douglas: se il consumatore ha preferenze monotone e convesse, allora le curve di indifferenza che lo rappresentano assumono una forma “regolare”; Rappresentazione matematica:

 

-Beni sostituti e complementi: Finora abbiamo visto curve di indifferenze standard, ovvero preferenze della stragrande maggioranza di coppie di beni.

Ma esistono beni con preferenze rappresentate da curve di indifferenza differenti rispetto a quelle osservate.

 

Beni perfetti sostituti: due beni sono perfetti sostituti se un consumatore è disposto a sostituire un bene con l’altro ad un saggio costante, es. 1 a 1.

 

Consideriamo 4 matite rosse e 4 blu; ogni altro paniere il cui numero complessivo sia 8 matite si trova sulla stessa curva di indifferenza del paniere (4, 4).

 

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L’inclinazione di tali rette è il saggio al quale il consumatore è disposto a sostituire i due beni (nell’es. è -1)

 

Beni perfetti complementi: sono beni che il consumatore vuole consumare congiuntamente.

 

Supponiamo che un individuo voglia produrre limoncello e la ricetta preveda l’uso di una unità di alcool ogni tre unità di limoni.

 

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Se aumenta il limone a disposizione, ferma restando la quantità di alcool, la soddisfazione del consumatore non aumenta, perché il limoncello prevede una combinazione costante e complementare dei due ingredienti.

 

Nel caso dei beni perfetti complementi, il SMS è indefinito (il paniere di consumo situato nel punto d’angolo è caratterizzato da una pendenza non definita, ovvero vi passano infinite rette tangenti).

 

La scelta ottima

 

Il paniere ottimo deve giacere sulla curva di indifferenza di livello più elevato che sia compatibile con il vincolo di bilancio, così da rispettare il limite imposto dal reddito disponibile, evitando parte di esso non impiegata.

 

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La scelta ottima del consumatore si ha quando il consumatore consuma il paniere che gli consente di ottenere l’utilità maggiore possibile, ovvero di raggiungere la curva di indifferenza più alta.

 

Quando il consumatore sceglie il paniere preferito (E) è in equilibrio (non ha motivo di cambiare scelta).

 

Il consumatore potrebbe consumare, in alternativa al paniere E, anche il paniere A che rientra nelle sue disponibilità.

 

Sappiamo però che il paniere E comporta un’utilità maggiore rispetto al paniere A, perché in A, X1 è valutato più di quanto costa sul mercato.

 

In altre parole, nel punto A il SMS è più elevato rispetto al prezzo relativo: significa che il consumatore è disposto a cedere una quantità maggiore di X2 rispetto a quanto il mercato ne richieda (rappresentato dal rapporto fra i prezzi dei due beni).

 

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Es. bene 1: consumo di pane; bene 2: consumo di formaggio.

 

Nel punto A il consumatore è disposto a cedere 5 unità di formaggio in cambio di 1 unità di pane (SMS: 5).

 

Il mercato ne richiede solo 2 e l’individuo ottiene un beneficio aggiuntivo pari a 3 unità di formaggio.

 

Equilibrio del consumatore e preferenze

 

  1. a) Nel caso delle preferenze Cobb-Douglas (ottimo interno) la condizione di equilibrio prevede che il SMS sia pari al prezzo relativo, soddisfacendo il vincolo dato dal reddito a disposizione dell’individuo.

 

Quindi, per ottenere il paniere ottimo dobbiamo risolvere un sistema di due equazioni in due incognite:

 

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  1. b) Nel caso dei beni perfetti sostituti (ottimo di frontiera) con sostituibilità 1 ad 1, possono presentarsi tre casi:

 

  1. Se P2>P1, l’inclinazione della retta di bilancio è inferiore a quella della curva di indifferenza e il paniere ottimo corrisponde al punto in cui il consumatore spende tutto il suo reddito per il bene 1 (X1 = R/P1)

 

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  1. Se P1>P2, l’inclinazione della retta di bilancio è superiore a quella della curva di indifferenza e il consumatore acquista solo il bene 2 (il paniere ottimo è X2 = R/P2).

 

  1. Se P1=P2 vi è una intera gamma di scelte ottime, poiché retta di bilancio e curva di indifferenza coincidono.

 

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  1. c) Nel caso dei beni perfetti complementi (ottimo ad angolo) l’ottimo si trova sempre nel paniere d’angolo delle curve di indifferenza, qualsiasi siano i prezzi dei due beni, ossia un paniere come B nel grafico.

 

La domanda dei beni e la domanda di mercato

 

La funzione di domanda del consumatore esprime le quantità ottime di ciascun bene in funzione dei prezzi dei beni e del suo reddito.

 

Le funzioni di domanda per i beni sono: X1= f (P1, P2, R) e X2= f (P2, P1, R)

 

La curva di domanda dell’intero mercato (o settore) esprime la quantità domandata dai consumatori in quel mercato, per cui può essere ottenuta sommando (orizzontalmente) le curve di domanda di ciascun consumatore per ogni livello del prezzo.

 

In altri termini, la funzione di domanda di mercato è ottenuta dalla somma delle singole funzioni di domanda individuali dei singoli consumatori.

Es. Domanda di settore?

 

La curva reddito-consumo e la curva di Engel

 

Al variare del reddito, la domanda di un bene cambia a seconda del bene che stiamo trattando:

 

-Il bene normale: un aumento di R genera un aumento della domanda di quel bene da parte del consumatore.

 

-Il bene inferiore: un aumento di R genera una diminuzione della domanda di quel bene da parte del consumatore, in particolare se è possibile sostituirlo con beni di qualità superiore al crescere delle disponibilità dell’individuo (bici: bene inferiore se, al crescere del reddito, posso acquistare una motocicletta)

 

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Un aumento del reddito si traduce in uno spostamento verso destra della retta di bilancio, senza che l’inclinazione di questa si modifichi.

 

Se uniamo i panieri domandati ottenuti in seguito allo spostamento della retta di bilancio, otteniamo una curva che prende il nome di curva reddito-consumo.

 

Curva di Engel: rappresenta la domanda di uno dei due beni come funzione del reddito, fissi i prezzi.

 

Anche in questo caso, per un bene normale, la curva di Engel è positivamente inclinata.

 

Se all’aumentare di R la domanda dei beni aumenta in misura proporzionale al reddito, i beni sono detti omotetici.

 

Se all’aumentare di R la domanda dei beni aumenta in misura inversamente proporzionale, i beni sono detti necessari.

 

Se all’aumentare di R la domanda dei beni aumenta in misura più che proporzionale, i beni sono detti di lusso.

 

La curva prezzo-consumo e la curva di domanda

 

Come varia la domanda quando cambia il prezzo? Bisogna distinguere fra:

 

– beni ordinari: un aumento di prezzo genera diminuzione della domanda di quel bene (e viceversa)

 

– beni di Giffen: un aumento di prezzo genera aumento della domanda di quel bene (e viceversa) (caso raro)

 

La variazione del prezzo di un bene comporta una variazione dell’inclinazione della retta di bilancio e unendo i panieri ottimi ottenuti in seguito alle variazioni di prezzo, si ottiene la curva prezzo-consumo, la cui curva di domanda associata descrive la scelta ottima del bene in funzione del prezzo.

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4.3 Prezzo del bene alternativo

 

Nel caso di una variazione di P2, l’effetto sulla domanda del bene 1 può essere distinto in tre casi:

 

  1. se non c’è relazione nel consumo di X1 e X2 al variare di P2, la scelta di X1 non cambia

 

  1. se X1 e X2 sono beni sostituti al crescere di P2, diminuisce il consumo di X2 ed aumenta il consumo di X1, la curva di domanda si sposta verso destra al crescere di P2

 

  1. se X1 e X2 sono beni complementari, all’aumentare di P2, diminuisce il consumo di X2 e diminuisce il consumo di X1, la curva di domanda si sposta verso sinistra al crescere di P2

 

  1. La scomposizione dell’effetto prezzo in effetto reddito ed effetto sostituzione

 

La variazione del consumo di un bene conseguente al cambiamento del suo prezzo (effetto prezzo) può essere scomposta in:

 

  • effetto sostituzione: la quantità consumata cambia in seguito alla variazione del rapporto di scambio (-P1/P2)

 

  • effetto reddito: la quantità consumata cambia in seguito alla variazione del reddito reale (R/P1)

 

Tale scomposizione può essere analizzata con 2metodi equivalenti: Hicks e Slutsky, per comodità è illustrato il primo.

 

L’Effetto Sostituzione (segno negativo): relazione inversa tra variazione di prezzo e variazione del consumo: se P1 diminuisce, diminuirà il rapporto P1/P2 e la domanda di X1 aumenterà: P1↓Prezzo relativo(P1/P2) ↓X1↑

 

L’Effetto Reddito:

 

segno negativo per i beni normali: al diminuire di P1, aumenta il reddito reale R/P1 del consumatore e la domanda di X1 aumenterà:

 

P1↓ Reddito reale (R/P1) ↑ se X1 è un bene normale X1↑

 

Graficamente:

 

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E E’ = effetto sostituzione = AB

E’ E’’ = effetto reddito = BC (passaggio ad una curva d’indifferenza superiore)

E E’’ = effetto prezzo = AC = AB+BC

 

segno positivo per i beni inferiori: perché l’aumento del reddito reale comporta una riduzione nella domanda di X1: P1↓ Reddito reale (R/P1) ↑ se X1 è un bene inferiore X1 ↓

 

Nel caso dei beni inferiori, l’effetto reddito riduce il consumo mentre l’effetto sostituzione lo aumenta, se l’effetto sostituzione è maggiore dell’effetto reddito al ridursi del prezzo il consumo aumenta (ossia la curva di domanda sia negativamente inclinata)

 

I BENI DI GIFFEN: sono beni inferiori per i quali l’effetto reddito prevale sull’effetto di sostituzione.

 

La quantità domandata dal consumatore di un bene di Giffen diminuisce al diminuire del suo prezzo.

 

Tutti i beni di Giffen sono beni inferiori, ma non tutti i beni inferiori sono beni di Giffen.

 

  1. Elasticità

 

L’elasticità della domanda fornisce una misura della reattività della domanda rispetto al prezzo e permette di confrontare tale reazione tra beni diversi. L’elasticità della domanda al prezzo (εD/P) è misurata con il rapporto tra:

ΔQ/Q: variazione percentuale della quantità

ΔP/P: variazione percentuale del prezzo

 

Il segno dell’elasticità della domanda è generalmente negativo, perché all’aumentare del prezzo del bene la quantità domandata si riduce.

 

Considerando l’elasticità della domanda in valore assoluto (trascurandone il segno negativo) si possono verificare tre casi:

 

  1. εD/P │>1 →la domanda è elastica, ovvero sensibile a variazioni di prezzo, una variazione di prezzo dell’1% induce una variazione della quantità domandata maggiore dell’1% (caratteristico dei beni voluttuari, per i quali la spesa complessiva diminuisce al crescere del prezzo)
  1. εD/P │<1 →la domanda è inelastica, ovvero poco sensibile a variazioni di prezzo, una variazione di prezzo dell’1% induce una variazione della quantità domandata inferiore all’1% (caratteristico di beni di prima necessità e che procurano assuefazione, es. sigarette).
  1. εD/P │=1 →la domanda ha elasticità costante unitaria, una variazione di prezzo dell’1% induce una variazione della quantità domandata dell’1%. In questo caso il ricavo totale dell’impresa è massimizzato: ricavo totale = RT = PQ è massimo.

 

L’elasticità della domanda in una curva di domanda lineare varia lungo la curva di domanda:

 

  • punti alti sulla curva di domanda hanno elasticità >1 (in valore assoluto) poiché la variazione percentuale della quantità sarà elevata mentre la variazione percentuale del prezzo sarà bassa e quindi il rapporto tra le due variazioni sarà un numero alto.

 

  • punti bassi sulla curva di domanda hanno elasticità <1 (in valore assoluto) poiché la variazione percentuale della quantità sarà bassa mentre la variazione percentuale del prezzo sarà elevata e quindi il rapporto tra le due variazioni sarà un numero basso.

 

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6.1 Elasticità e ricavi

 

Ricavo Totale (RT): prezzo di vendita del bene moltiplicato il numero di unità vendute: RT = PxQ.

 

Quando il prezzo di un bene varia, l’effetto su RT dipenderà dall’elasticità della domanda rispetto al prezzo ossia, al diminuire del prezzo, il ricavo totale aumenta o diminuisce a secondo dell’elasticità della domanda.

 

  1. Nel tratto elastico della curva di domanda, una riduzione del prezzo comporta un aumento del ricavo totale
  2. Nel tratto rigido della curva di domanda, una riduzione del prezzo comporta una riduzione del ricavo totale

 

  1. Dove la curva di domanda ha elasticità unitaria il ricavo totale sarà massimo

 

I sostituti

 

L’elasticità della domanda è strettamente collegata al tipo di bene considerato:

 

  • se un bene ha molti sostituti, la sua domanda sarà molto sensibile al prezzo,

 

  • se un bene ha pochi sostituti o nessuno, presenterà in genere una domanda inelastica.

 

Es. elasticità della domanda di trasporto pubblico in metropolitana:

 

-se i passeggeri possono usare anche bus, taxi o automobili per gli spostamenti, la domanda sarà elastica e un aumento del prezzo del biglietto ridurrebbe in misura più che proporzionale i biglietti venduta e i ricavi diminuirebbero.

 

-se i passeggeri non avessero possibilità alternative, la domanda sarà invece rigida e un aumento del prezzo sarebbe inversamente proporzionale alla quantità di biglietti venduti e i ricavi aumenterebbero.

 

Elasticità nel tempo

 

L’elasticità è maggiore nel lungo periodo.

 

Nel breve periodo, i consumatori difficilmente modificano le proprie scelte e le quantità domandate in seguito a variazioni di prezzo, perché cambiare i propri piani di consumo potrebbe risultare gravoso, mentre se il cambiamento del prezzo si mantiene a lungo è più probabile che i consumatori modifichino le proprie modalità di acquisto.

 

La domanda allora tende a essere più elastica nel lungo periodo e relativamente inelastica nel breve.

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6.2 Elasticità incrociata e elasticità al reddito

 

L’elasticità incrociata della domanda per un bene i rispetto al prezzo del bene j indica la sensibilità della domanda al variare del prezzo del bene alternativo e può assumere valori:

 

  • positivi: per beni sostituti, es. burro e margarinà: se il prezzo del burro aumenta, la quantità domandata di burro diminuisce e aumenta quella di margarina

 

  • negativi: per beni complementari, es. caffè e zucchero: se il prezzo del caffè aumenta, la quantità domandata di caffè diminuisce e diminuisce anche la domanda di zucchero.

 

L’elasticità della domanda al reddito misura la reattività della quantità domandata rispetto a variazioni di reddito e può assumere valori:

 

  • positivi: per beni normali un aumento del reddito comporta un aumento della quantità domandata

 

  • negativi: per beni inferiori un aumento del reddito comporta una diminuzione della quantità domandata

 

  • elasticità della domanda al reddito maggiore di 1: per beni di lusso un aumento del reddito comporta un aumento più che proporzionale della quantità domandata

 

  1. Il surplus del consumatore

 

Il surplus (o rendita) del consumatore è la differenza che intercorre fra il prezzo (valore massimo) che un individuo è disposto a pagare per acquistare un determinato bene o servizio (cd.”prezzo di riserva”) e il prezzo di mercato dello stesso bene.

 

Es. se un individuo è disposto a pagare 100 euro per l’ingresso ad un concerto di una famosa band inglese, mentre il biglietto per lo stesso evento costa 70 euro, egli avrà un surplus (totalmente psicologico) pari a 30 euro.

 

La curva di domanda esprime la disponibilità a pagare dei consumatori per ogni singola quantità che viene loro offerta sul mercato.

 

La rendita del consumatore (o surplus del consumatore), rappresenta il vantaggio che il consumatore ottiene dallo scambio quando, per un dato prezzo di equilibrio, egli sarebbe disposto a pagare un prezzo più elevato. Poiché tutti i consumatori pagano lo stesso prezzo (P*), il triangolo AP*C rappresenta il surplus (netto)

 

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LA TEORIA DELLA PRODUZIONE

 

Le scelte dell’impresa sono condizionate da vincoli, imposti da clienti, concorrenti o tecnologia impiegata, dal momento che solo alcuni modi di trasformare input in output sono effettivamente realizzabili:

 

  • Gli input di produzione sono i fattori produttivi impiegati nel processo produttivo, ossia lavoro, terra e capitale, a sua volta classificato in:

 

    • capitale fisico: fattori produttivi (impianti, macchinari)

 

    • capitale finanziario: risorse finanziarie utilizzate per perseguire gli scopi dell’impresa.

 

  • L’output è invece il prodotto ottenuto nel processo produttivo usando gli input di produzione.

 

Input e output sono misurati in flussi: es. occorre una certa quantità di lavoro ed un certo numero di ore macchina per settimana per produrre una certa quantità di prodotto nello stesso arco temporale.

 

  1. La funzione di produzione

 

L’insieme di tutte le combinazioni di input e output tecnicamente realizzabili è detto insieme di produzione.

L (lavoro): fattore produttivo usato nel processo di produzione

 

Y: output prodotto

 

Il massimo livello di output che può essere prodotto impiegando un dato livello di input (lavoro) è la frontiera dell’insieme di produzione, la cui funzione corrispondente è nota come funzione di produzione: Y = f (L)

 

Al crescere del lavoro aumenta la quantità di output prodotta, anche se in misura decrescente al crescere di L, per la “legge della produttività marginale decrescente”.

 

Supponiamo di impiegare L (lavoro) e K (capitale) per produrre un certo output Y, e di voler aumentare l’impiego del fattore L mantenendo inalterato K.

 

La produttività marginale del fattore lavoro (PMGL) è positiva, ma decrescente, ovvero aumenti di L comportano incrementi sempre minori del prodotto.

 

Da un punto di vista matematico, possiamo scrivere ΔY a seguito di una variazione di L (ΔL=1) come: PMGL = ΔY/ ΔL

 

Basandosi sulla possibilità di modificare gli input a disposizione dell’impresa:

 

  • il breve periodo è l’orizzonte temporale in cui l’impresa può variare solo parzialmente l’impiego degli input (solitamente può variare con velocità la quantità di lavoro ma non i beni capitali).

 

  • il lungo periodo è l’orizzonte temporale più prolungato in cui l’impresa può variare le quantità di tutti gli input

 

La nozione di funzione di produzione può essere estesa anche al caso in cui vi siano più input.

 

Se vi sono due input, L e K, entrambi variabili, la funzione di produzione diventa: Y = f (L, K)

 

1.1 Gli isoquanti di produzione

 

Isoquanto: insieme di tutte le possibili combinazioni di L e K sufficienti a produrre una data quantità di output

Come nella teoria del consumatore, si assume che anche la tecnologia goda di proprietà:

 

  1. monotona: aumentando la quantità impiegata di un input è possibile produrre una quantità di output almeno uguale a quella prodotta inizialmente (gli isoquanti hanno inclinazione negativa).

 

  1. convessa: se esistono 2modi di produrre un output, la loro media ponderata produrrà almeno y unità di output

 

  1. Isoquanti associati a diversi livelli di produzione non possono incrociarsi.

 

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Gli isoquanti di produzione sono inclinati negativamente, convessi, monotoni e indicano una tecnologia che ammette sostituibilità “imperfetta”: per produrre la quantità Y, ogni volta che si riduce K di una unità, L dev’essere aumentato

 

Es. A1 = (3,2) → 3 unità di lavoro e 2 di capitale danno 27 output (poniamo pari a 4 unità)

 

B1 = (6,1) → 6 unità di lavoro e 1 di capitale darà la stessa quantità di output.

 

Le due combinazioni stanno sullo stesso isoquanto perché è prodotta la stessa quantità

 

Ipotizzando di poter scegliere fra una infinità di processi produttivi, l’impresa può ottenere la stessa quantità di output con un’infinità di combinazioni di input (se l’input aumenta, anche la produzione aumenta) e appresentiamo il passaggio su un altro isoquanto di livello superiore, ovvero più a destra del precedente.

 

1.3 Il saggio tecnico di sostituzione

 

L’inclinazione di una curva di isoquanto in corrispondenza di un punto è nota come saggio marginale di sostituzione tecnico (SMST) che:

 

  1. rappresenta il saggio al quale la tecnologia consente di sostituire uno dei due fattori con l’altro, senza che la quantità di output cambi.

 

  1. è un numero negativo

 

  1. è decrescente se ci si sposta lungo la curva di isoquanto da sinistra verso destra

 

In matematica l’inclinazione della curva di isoquanto in un punto è l’inclinazione della retta tangente alla curva in quel punto.

 

Se l’impresa intende variare L rimanendo sulla stessa curva di isoquanto deve modificare anche K e fare in modo che le due variazioni si compensino per non far variare il prodotto totale: ΔY = PMGL*ΔL ΔY = PMGK *ΔK lungo un isoquanto può variare sia L che K, per cui: ΔY = PMGL*ΔL + PMGK*ΔK = 0

 

Che può anche essere scritta: PMGK *ΔK = −PMGL*ΔL ΔK/ ΔL = − PMGL/PMGK = SMST

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1.4 I rendimenti di scala

 

I rendimenti di scala (RS) riguardano la capacità dell’imprenditore di usare gli input in maniera efficiente e indicano come varia la produzione al variare dell’impiego degli input produttivi.

 

Possono verificarsi 3 casi:

 

  1. RS costanti: se raddoppia la quantità di L e K, raddoppia anche il prodotto.

 

  1. RS crescenti: se raddoppia la quantità di L e K, la quantità prodotta Y aumenta più del doppio.

 

  1. RS decrescenti: se raddoppiano L e K, la quantità prodotta Y aumenta meno del doppio.

 

La produttività marginale indica cosa accadde al prodotto quando aumenta un solo fattore produttivo, fermi rimanendo tutti gli altri.

 

Le economie di scala si riferiscono all’efficienza economica di un processo produttivo e si misurano con la funzione del costo medio. Possiamo distinguerle in economie di scala:

 

  • a livello di impianto: riguardano specializzazione e divisione del lavoro, maggiore efficienza degli impianti grandi, presenza di indivisibilità nel processo produttivo, realizzazione di prodotti congiunti

 

  • a livello di impresa: includono principalmente le economie finanziarie, cioè la capacità di ottenere risorse finanziarie a costi inferiori ed economie di varietà (offerta di servizi differenziati permette di ridurre i costi)

 

1.5 Tecnologia Cobb-Douglas, fattori perfetti sostituti e fattori perfetti complementi

 

Come per le preferenze del consumatore vi sono conformazioni della tecnologia:

 

Fattori produttivi perfetti sostituti: la quantità di output dipende dalla quantità totale dei due input impiegata.

 

La funzione di produzione è data da: Y = f(L, K) = α L + K

(se per produrre Y occorrono 5 unità di L e 5 unità di K, la medesima unità è ottenuta con (6,4), (8,2), (0,10))

 

Gli isoquanti di produzione che rappresentano questa tecnologia saranno rette inclinate negativamente.

 

Fattori perfetti complementi: i fattori di produzione sono usati in proporzioni fisse.

 

La funzione di produzione è da: Y = f(L, K) = min (α L, K)

Supponiamo di produrre buche impiegando un uomo ed un badile, un uomo in più senza badile non produce una buca in più, e nemmeno con un badile in più senza un uomo, Le buche possono essere prodotte con il numero minimo di uomini e badili a disposizione.

 

Gli isoquanti di produzione sono curve ad L.

 

– La tecnologia Cobb-Douglas è data dalla funzione di produzione: Y = f (L,K) = ALα Kβ

 

A è la scala di produzione, ossia la quantità di output che può essere prodotta impiegando una unità di ciascun input α e β sono la variazione del livello di Y al variare delle quantità di input impiegate.

 

Gli isoquanti di produzione hanno una forma regolare.

 

  1. Il profitto

 

Assumiamo di trovarci in un mercato concorrenziale, ossia in un mercato in cui ciascun produttore ritiene di non poter influire sui prezzi né dei beni prodotti né dei fattori produttivi impiegati.

 

Il profitto del produttore è la differenza fra i ricavi ed i costi di produzione.

Indichiamo con:

 

  1. Y1 ed Y2: quantità prodotte da una certa impresa dei beni 1 e 2

 

  1. P1 e P2: prezzi di mercato dei due beni

 

  1. L e K: le quantità impiegate di lavoro e capitale

 

  1. w (wage=salario) il costo unitario del fattore produttivo lavoro

 

  1. rK (rate of interest=tasso di interesse) il costo unitario del fattore produttivo capitale

 

Allora il profitto dell’impresa p è dato da: π = P1Y1 + P2Y2 – (wL + rK K)

 

Nel calcolo sono inclusi tutti i fattori produttivi impiegati dall’impresa, valutati al loro costo di mercato.

 

Se un individuo lavora in una impresa di sua proprietà, il suo lavoro è un input e il suo salario è incluso nel calcolo dei costi, perché costo opportunità, ossia corrisponde a quanto l’individuo guadagnerebbe se offrisse il suo lavoro ad altri.

 

2.1 La massimizzazione del profitto e la scelta ottima della quantità prodotta

 

Massimizzazione del profitto di un’impresa concorrenziale nel breve periodo

 

Fattore fisso è quel fattore produttivo che l’impresa deve impiegare in quantità predeterminate.

 

Fattore variabile è quel fattore produttivo la cui quantità può variare liberamente.

 

Nel breve periodo alcuni fattori sono fissi, mentre nel lungo periodo la quantità di tutti i fattori può variare.

 

Nel breve periodo, per i fattori produttivi fissi il cui costo deve essere sostenuto anche in caso di cessazione dell’attività, (es. affitto capannone) è possibile che l’impresa realizzi un profitto negativo.

 

Es. un’impresa che produce un unico bene Y con tecnologia data da una funzione di produzione con 2fattori produttivi:

 

Nel breve periodo, possiamo porre la quantità del fattore produttivo K fissa ad un certo livello K’.

 

Il problema di massimizzazione del profitto della nostra impresa è, allora: MaxL π = p * f (L,K’) − (wL + rK’)

 

Derivando la funzione per L (l’oggetto di scelta dell’impresa) e ponendo la derivata pari a zero otteniamo la condizione di massimo profitto: ∂π/∂L = p * f'(L,K’) − w = 0

 

f'(L,K): prodotto marginale del fattore lavoro, la stessa condizione di equilibrio può essere scritta: P * PMGL = w

Il produttore massimizza il profitto, cioè usa la quantità ottimale L del fattore produttivo lavoro.

 

Se il produttore, a partire da una certa quantità di L decide di aumentarne l’uso l’output aumenterà di PMGL*dL, e con esso i ricavi di P*PMGL*dL

Ma usare una unità in più di L costerà di più all’impresa; la variazione di costo sarà data da w*dL.

 

Allora se il valore del prodotto marginale (P*PMGL) è:

 

  • maggiore del costo del fattore produttivo (w) P*PMGLdL – wdL > 0.

 

Se aumentando l’uso del fattore L i profitti aumentano, questo vuol dire che non hanno raggiunto ancora il loro livello massimo. Così, in presenza della condizione P*PMGL > w, al produttore conviene incrementare la produzione.

 

  • minore del costo del fattore produttivo (w) P*PMGLdL – wdL < 0.

Aumentando l’uso del fattore lavoro i profitti diminuiscono, questo vuol dire che hanno già oltrepassato il loro livello massimo.

 

Così, in presenza della condizione P*PMGL < w, al produttore conviene ridurre la produzione.

 

  • uguale al costo del fattore produttivo (w) P*PMGLdL – wdL = 0.

 

I profitti hanno raggiunto il loro livello massimo e che il fattore lavoro è impiegato in quantità ottimale L*.

 

Al produttore conviene mantenere invariata la quantità prodotta, perché è quella ottima.

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2.2 Le rette di isoprofitto e la scelta ottima del fattore

 

La condizione di massimo profitto è rappresentata graficamente con le rette di isoprofitto, che rappresentano combinazioni di output e input che conducono ad uno stesso livello di profitto.

 

Equazione della retta di isoprofitto (π è costante):

 

Le rette di isoprofitto rappresentano tutte le combinazioni di input ed output associate ad un livello costante di profitto.

 

Al variare di π, si ottiene un fascio di rette parallele e spostandoci da una retta ad un’altra cambiano i profitti.

 

L’inclinazione della retta di isoprofitto corrisponde alla derivata della funzione rispetto ad L (dY/dL = w/p) e indica la variazione necessaria di Y per raggiungere sempre lo stesso livello di profitto al variare di L.

 

L’inclinazione della retta di isoprofitto è pari al PMGL.

 

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La scelta ottima di L si ha quando l’inclinazione della funzione di produzione è uguale all’inclinazione della retta di isoprofitto più alta raggiungibile, ossia in corrispondenza del punto di tangenza fra la retta di isoprofitto e la funzione di produzione:

 

Come varia la scelta ottima di L quando varia il costo del fattore e il prezzo di mercato?

 

-All’aumentare del prezzo del fattore L, la domanda di tale fattore diminuisce, se w aumenta, aumenta l’inclinazione della retta di isoprofitto, L ed Y di equilibrio si riducono e all’aumentare del prezzo del fattore L la domanda di tale fattore diminuisce (la curva di domanda del fattore ha inclinazione negativa)

 

-All’aumentare del prezzo di mercato, l’uso del fattore produttivo aumenta, ciò comporta un aumento dell’output prodotto e del suo prezzo e comporta un aumento della quantità prodotta (la curva di offerta ha inclinazione positiva)

 

2.3 La massimizzazione del profitto nel lungo periodo

 

Massimizzazione del profitto di un’impresa concorrenziale nel lungo periodo

 

Nel lungo periodo l’impresa è libera di scegliere il livello di tutti i suoi input.

 

Il problema di massimizzazione del profitto della nostra impresa diventa:

 

La condizione di ottimo, nel lungo periodo dev’essere applicata a tutti i fattori produttivi impiegati e il valore dell’incremento di produzione che deriva dall’aumento dei fattori produttivi deve eguagliarne il costo.

 

Le produttività marginali ponderate dei due fattori produttivi devono essere uguali.

 

Se w diminuisce, PMGL / w aumenta e diventa più profittevole l’impiego di lavoratori rispetto agli altri input.

 

Le quantità ottime dei due fattori possono essere scritte in funzione dei prezzi: L* = f(w, rK, p) e K* = f(w, rK, p)

Tali espressioni sono le funzioni di domanda dei fattori produttivi.

 

Le curve di domanda dei fattori esprimono la relazione tra il prezzo di un fattore e la scelta di questo stesso fattore che massimizza il profitto; e sono costruite ponendo il prezzo in ascissa e la quantità in ordinata;

La curva di domanda inversa dei fattori stabilisce quali sono i prezzi dei fattori perché sia domandata una certa quantità degli input. In tal caso la variabile indipendente è la quantità, mentre la variabile dipendente è il prezzo.

 

  1. La minimizzazione dei costi e la scelta ottima dei fattori

 

Se un’impresa massimizza il profitto offrendo una quantità Y di output, allora minimizza il costo di produzione di Y.

 

Se così non fosse l’impresa non massimizzerebbe il profitto.

 

Questa semplice osservazione consente di scomporre il problema di scelta dell’impresa in due fasi:

 

  • la minimizzazione dei costi necessari per produrre una quantità Y di output

 

  • la determinazione della quantità di output che corrisponde alla massimizzazione del profitto.

 

Supponiamo di considerare un’impresa che usa i fattori produttivi lavoro e capitale il cui costo è w e rK.

 

La funzione di produzione dell’impresa è Y = f(L, K).

 

Minimizzazione dei costi CT consiste nell’individuare il costo minimo di produzione necessario per produrre il livello Y di output, espresso da una funzione di costo del tipo CT = c(w, rK, Y); essa indica che i costi di produzione totali CT dipendono dal costo dei fattori produttivi impiegati e dalla quantità di prodotto da produrre.

 

Nel calcolo dei costi devono essere inclusi tutti i costi di produzione e si deve fare riferimento allo stesso orizzonte temporale: CT = w L + rK K

 

3.1 La retta di isocosto

 

Per risolvere il problema di minimizzazione del costo, rappresentiamo i costi di produzione ed il vincolo tecnologico:

 

-Costi di produzione, riscriviamo la funzione di costo risolvendo per x2.

 

Supponiamo di voler determinare tutte le combinazioni di input tali che il costo di produzione sia pari a C

 

Al variare di CT, si ottiene un insieme di rette parallele, dette rette di isocosto, ovvero rette lungo le quali il costo CT è sempre lo stesso.

 

A rette di isocosto più alte corrispondono costi più elevati.

 

-Vincolo tecnologico è la curva di isoquanto che indica tutte le possibili combinazioni di L e K tali che il livello di output sia pari a Y

 

E’ possibile riformulare il problema di minimizzazione dei costi nei seguenti termini: dobbiamo individuare sull’isoquanto il punto al quale è associata la retta di isocosto più bassa possibile:

 

Dato un isoquanto di produzione con forma regolare, la soluzione ottimale richiede che il punto che corrisponde alla minimizzazione del costo (E) sia caratterizzato dalla condizione di tangenza fra la curva di isoquanto e la retta di isocosto più bassa raggiungibile.

 

Il punto di equilibrio determina le quantità ottimali, L* e K* impiegate nel processo di produzione.

 

L’inclinazione della curva di isoquanto è rappresentata dal SMST

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  1. La domanda condizionata dei fattori

 

Le scelte delle quantità di input che minimizzano i costi dell’impresa dipendono dal costo di questi e dall’output che l’impresa intende produrre: L* = f(w, rK, Y) e K* = f(w, rK, Y)

 

Queste scelte sono dette funzioni di domanda condizionata dei fattori o domande derivate dei fattori e misurano la relazione tra prezzi, output e scelta ottimale dei fattori condizionata dalla produzione di un certo livello Y di prodotto.

 

Si osservi la differenza tra domanda:

 

  • condizionata dei fattori: scelte di minimizzazione dei costi in corrispondenza di un dato livello di output

 

  • dei fattori che massimizzano il profitto: scelte di massimizzazione del profitto in corrispondenza di un dato prezzo dell’output.

 

Le funzioni di domanda condizionata dei fattori consente di determinare la quantità di ciascun fattore che un’impresa impiegherebbe se intendesse produrre un livello dato di output al costo minimo.

 

  1. Le curve di costo

 

Le curve di costo vengono impiegate per rappresentare graficamente la funzione di costo di un’impresa.

Riprendiamo la funzione di costo CT(w, rK, Y), che esprime il costo minimo per produrre una quantità Y di output, dati w e rK fissi (costo di produzione: funzione del solo livello di prodotto Y, ovvero: CT = f(Y)).

 

-I costi totali d’impresa sono dati dalla somma dei costi variabili (CV) e dei costi fissi (CF): CT = CF + CV

 

-Il costo medio: la funzione di costo medio (AC = average cost) esprime il costo per unità di output (costo unitario di produzione), composto da:

 

  • funzione di costo medio variabile ACV = CV/Y , che misura i costi variabili per unità di output ed è decrescente perché il costo fisso si ripartisce su un numero di unità crescente

 

  • funzione di costo medio fisso ACF = CF/Y, che misura i costi fissi per unità di output e dipende da Y, ovvero dai rendimenti di scala:

 

Nei rendimenti in scala:

 

  1. decrescenti: CV aumenta più che proporzionalmente al crescere dell’output e il costo variabile medio (AVC) sarà crescente

 

  1. crescenti: CV aumenta meno che proporzionalmente al crescere dell’output e il costo variabile medio (AVC) sarà decrescente

 

  1. costanti: CV aumenta in misura proporzionale al crescere dell’output e il costo variabile medio è costante

 

In sintesi, dato che il costo fisso medio è decrescente e il costo variabile medio è crescente, il costo medio AC avrà una forma ad U, in quanto per le prime unità prodotte, i costi medi diminuiscono (prevalgono inizialmente i costi fissi) mentre, da un certo punto in poi, l’effetto del costo medio fisso si annulla e i costi medi iniziano a salire

 

– Il costo marginale: la curva del costo marginale (MC = Marginal Cost) misura la variazione dei costi totali di produzione corrispondente ad una variazione dell’output (come varia il costo totale di produzione al variare di Y?).

 

Matematicamente il costo marginale altro non è che la derivata della funzione di costo totale rispetto ad Y.

Poiché CT = CF + CV e i costi fissi non dipendono da Y, dCF/dY=0 per cui il MC esprime la variazione del costo variabile al variare della quantità prodotta, appunto dCV/dY.

 

Per rappresentare la curva del costo marginale, si deve tener conto di alcune proprietà delle curve dei costi:

 

  1. Inizialmente, la curva del costo medio variabile può avere inclinazione negativa. Per la presenza di fattori fissi che vincolano la produzione, però, a partire da un certo punto in poi, la curva di costo medio diventa crescente.

 

  1. Per la prima unità prodotta il MC ed il costo medio variabile coincidono.

 

  1. La curva del costo marginale passa per il punto di minimo della curva del costo medio variabile e della curva del costo medio.

 

5.1 Rendimenti di scala e costo medio

 

Esiste una relazione fra il tipo di rendimenti di scala della funzione di produzione e l’andamento del costo unitario di produzione:

 

-Se i rendimenti di scala sono costanti, al crescere della quantità prodotta, il costo medio di produzione rimane costante. Infatti, se i prezzi dei fattori sono fissi, in presenza di rendimenti costanti di scala, se l’impresa decide di produrre una quantità doppia di output, può farlo con un costo doppio di produzione, dato che raddoppia l’uso dei fattori produttivi.

 

-Se i rendimenti di scala sono crescenti, al crescere della quantità prodotta, il costo medio di produzione cresce in misura meno che proporzionale.

 

Infatti, se i prezzi dei fattori sono fissi, in presenza di rendimenti crescenti di scala, se l’impresa decide di produrre una quantità doppia di output, può farlo con un costo meno che doppio di produzione, dato che aumenta meno del doppio l’uso dei fattori produttivi.

 

-Se i rendimenti di scala sono decrescenti, al crescere della quantità prodotta, il costo medio di produzione cresce in misura più che proporzionale.

 

Infatti, se i prezzi dei fattori sono fissi, in presenza di rendimenti decrescenti di scala, se l’impresa decide di produrre una quantità doppia di output, può farlo con un costo più che doppio di produzione, dato che più che raddoppia l’uso dei fattori produttivi.

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LE FORME DI MERCATO

 

Ogni impresa prende 2decisioni: quanto produrre e a quale prezzo tenendo conto dei vincoli economici, di mercato.

 

Se l’impresa fissa un prezzo p, potrà vendere solo una determinata quantità di output Y, tale relazione è detta curva di domanda per l’impresa, la quale nello scegliere prezzo e/o quantità, deve prevedere le mosse delle altre imprese.

 

Esistono molte possibilità per descrivere il modo in cui le imprese interagiscono nel prendere decisioni relative al prezzo e all’output, riassunte dall’espressione “forme di mercato

 

  1. IL MERCATO DI CONCORRENZA PERFETTA

 

La più semplice forma di mercato è proprio la concorrenza perfetta, in cui sono presenti molti acquirenti e molti venditori, pertanto nessuna azione di un singolo ha effetto sul prezzo di mercato.

 

Le caratteristiche principali della concorrenza perfetta:

 

  1. omogeneità del prodotto (molte imprese producono lo stesso bene)
  2. perfetta informazione
  3. assenza di barriere all’entrata
  4. i venditori agiscono indipendentemente l’uno dall’altro

 

L’impresa, in concorrenza perfetta, subisce il prezzo e per tale ragione è definita price taker.

 

Il prezzo di mercato è determinato dalla domanda e dall’offerta complessiva del bene sul mercato, la domanda del prodotto dell’impresa è infinitamente elastica (orizzontale) e i beni offerti dai vari venditori sono sostituibili tra loro.

 

Il prezzo è dato da:

  • il ricavo totale cresce proporzionalmente alla quantità venduta
  • il ricavo medio resta costante
  • il ricavo marginale è costante e pari al prezzo.

 

In generale, l’obiettivo della massimizzazione del profitto consente di determinare la quantità di output offerta dell’impresa tale da rendere massima la differenza tra Ricavi Totali (RT) e Costi Totali (CT):

 

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Questa espressione indica che un’impresa concorrenziale intende massimizzare la differenza fra ricavi ed costi, rispetto alla quantità di output prodotta; ipotizziamo che decida di produrre una quantità aggiuntiva di output.

 

L’incremento della quantità prodotta comporterà un aumento dei costi di produzione e la variazione del costo totale di produzione al variare di y è uguale a MC (Costo marginale – marginal cost) e quindi è chiaro che:

 

  1. Se MR>MC, l’aumento della quantità prodotta aumenta il profitto, perché l’aumento dei ricavi derivanti dall’output addizionale supera l’aumento dei costi; il punto di massimo profitto non è stato ancora raggiunto.
  1. Se MR<MC, l’aumento della quantità prodotta ridurrà il profitto, perché l’aumento dei ricavi derivanti dall’output addizionale è inferiore all’aumento dei costi; il punto di massimo profitto è stato superato.

 

  1. Se MR=MC, il profitto è massimo e qualunque variazione di y ne provoca una riduzione.

 

In concorrenza perfetta, l’ottimo richiede semplicemente che il costo marginale sia uguale al prezzo di mercato: p =MC che è l’incontro tra domanda e offerta (a livello di settore); quindi l’impresa “subisce” il prezzo di mercato P e sceglie la quantità y* per cui MC=MR con obiettivo la massimizzazione del profitto.

 

Al prezzo P, i profitti d’impresa sono rappresentati dall’area ombreggiata e pari alla differenza fra il ricavo totale (P*y) e il costo totale (CT=AC*y).

 

Nel caso in cui l’impresa non riesce ad ottenere ricavi sufficienti a coprire i costi, possiamo determinare una condizione di sospensione temporanea della produzione nel breve periodo.

 

Tale condizione si verifica quando il prezzo è minore del costo medio variabile (P < AVC).

 

L’impresa, nel breve periodo, sospenderà la produzione quando i proventi della vendita non sono sufficienti a compensare i costi variabili.

 

Se infatti il prezzo scende sotto il costo medio totale, l’impresa produce in perdita a causa dei costi fissi già sostenuti e ormai “sommersi” (sunk costs), ma almeno i ricavi permettono di coprire i costi variabili

 

La curva di offerta di breve periodo è raffigurata in grassetto nella figura, e l’impresa sospende la produzione:

 

  • se P<AVC, produce, sia pure in perdita,
  • se il prezzo è compreso fra costo medio variabile e costo medio (totale), produce con profitto nullo se P=AC
  • produce con profitto positivo se P>AC.

 

La curva di offerta dell’intero settore, si ricava come somma orizzontale delle curve di offerta delle singole imprese, per ogni livello di prezzo.

 

La possibilità di ottenere profitti positivi è limitata al breve periodo, in quanto nuove imprese saranno attratte nel settore e potranno accedervi data l’assenza di barriere all’entrata nel mercato.

 

Tanto più aumenta il numero di imprese nel settore tanto più la curva di offerta si sposta verso destra (da S a S1) provocando un aumento della quantità complessiva e una riduzione del prezzo, fino ad annullare i profitti dell’ impresa.

 

La curva di offerta di mercato di lungo periodo è derivata dalla somma delle singole offerte delle singole imprese e:

 

  • per ogni prezzo inferiore al costo medio, l’offerta dell’impresa sarà pari a zero.

 

  • Valori superiori comportano, invece, precisi meccanismi di aggiustamento: se il prezzo è superiore al costo medio, le imprese realizzano profitti positivi; è, allora, ipotizzabile che altre imprese, data l’assenza di barriere all’entrata tipica del mercato concorrenziale, fiutino l’opportunità di realizzare profittevoli guadagni e si immettano nel mercato.

Questo, determinerà una espansione della quantità offerta per ogni livello di prezzo e tenderà a spingere verso il basso il prezzo di mercato, con il risultato che chi produceva in parità si vedrà costretto ad uscire dal mercato e chi realizzava profitti positivi vedrà ridurre i propri margini di profitto; tale aggiustamento andrà avanti fino, al limite, a comportare l’annullamento dei profitti e a rendere, non più conveniente l’ingresso a nuove imprese.

Tali meccanismi, fanno in modo che nel lungo periodo il prezzo non possa permanere al lungo al di sopra del costo medio.

 

Dunque, le dinamiche che “conducono” al lungo periodo, fanno in modo che il prezzo di mercato tenda a raggiungere il punto critico in cui imprese che presentano le stesse strutture di costo realizzano unicamente profitti nulli.

 

Se il prezzo scende al di sotto di tale punto, le imprese abbandonano il mercato fino a quando il prezzo non torna ad eguagliare il costo medio.

 

Se tale prezzo sale ulteriormente, l’ingresso nell’industria di nuove imprese spinge il prezzo di mercato verso il basso, fino a raggiungere il prezzo di equilibrio di lungo periodo uguale appunto al costo medio.

 

In condizione di profitti nulli, si dice che l’impresa realizza profitti normali, quindi le grandezze positive fin qui detti profitti sono gli extraprofitti.

 

Principali vantaggi di un mercato in concorrenza perfetta:

 

  1. Il prezzo è uguale al costo marginale,

 

  1. Nel lungo periodo le imprese ottengono solo profitti normali e il prezzo è al livello minimo possibile

 

  1. Le imprese inefficienti saranno costrette a lasciare il mercato.

 

1.1 Il surplus del produttore

 

Il surplus del produttore è la differenza tra quanto un produttore ricava dalla vendita di un bene ed il prezzo minimo al quale sarebbe disposto a vendere il bene stesso.

 

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Geometricamente, il surplus del produttore è l’area delimitata dal prezzo di mercato e superiore alla curva di offerta.

 

Data la curva di offerta ed il prezzo di mercato P, il surplus del produttore è rappresentato dall’area PAB

 

Infatti, il produttore vende la quantità y* al prezzo P, ma sarebbe stato disposto a vendere ad un prezzo inferiore.

 

Come per il surplus del consumatore, anche il surplus del produttore varia al variare del prezzo di mercato: se P aumenta, l’area che rappresenta il surplus del produttore si amplia e il surplus del produttore aumenta, mentre per riduzioni di P diminuisce.

 

1.2 L’elasticità dell’offerta

 

Elasticità dell’offerta rispetto al prezzo: misura la variazione percentuale della quantità offerta di un bene indotta da una variazione del suo prezzo dell’1%, quando si mantengono costanti tutti gli altri fattori che influenzano l’offerta.

 

Supponiamo che:

 

  1. la quantità offerta sia fissa e immune a ogni variazione di prezzo: curva di offerta inelastica, o verticale: ε=0
  1. una riduzione minima del prezzo fa precipitare a zero la quantità offerta, e un aumento minimo fa aumentare l’offerta indefinitamente: curva di offerta infinitamente elastica, o orizzontale: ε=∞, (concorrenza perfetta).

 

  1. Vi è un’offerta elastica o inelastica a seconda che il rapporto tra variazione percentuale della quantità offerta e del prezzo sia, maggiore o minore dell’unità.
  2. Vi siano due variazioni percentuali identiche, siamo di fronte ad una offerta ad elasticità unitaria.

 

Elasticità della domanda e dell’offerta sono concetti identici, sia nella sostanza che nella rappresentazione analitica. L’unica differenza è il legame tra prezzi e quantità

 

Per l’offerta, un aumento di prezzo genera un aumento della quantità prodotta del bene e il tempo svolge un ruolo importante, infatti una variazione di prezzo tende ad avere un effetto maggiore sulla quantità offerta man mano che aumenta il tempo a disposizione (nel breve periodo, le imprese potrebbero non essere in grado di aumentare gli input per cui l’offerta tende ad essere inelastica rispetto al prezzo).

 

Col tempo, le imprese potranno attrezzarsi e aumentare l’elasticità dell’offerta.

 

Tra i fattori di elasticità dell’offerta, il principale è la facilità con cui è possibile incrementare la produzione.

 

  • Se gli input sono facilmente reperibili è si può incrementare l’output con un aumento limitato di prezzi e l’elasticità dell’offerta è relativamente elevata.
  • Se la capacità produttiva è strettamente limitata, anche un aumento rilevante del prezzo non produrrà grosse variazioni della produzione e l’offerta è inelastica.

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MERCATI NON CONCORRENZIALI

 

Nella realtà sono difficilmente riscontrabili i mercati concorrenziali e in molti settori le imprese possono influenzare il prezzo, quando hanno dimensioni tali da consentire un’influenza sul prezzo di mercato, variando la quantità offerta.

 

Un’impresa in grado esercitare questo controllo sul prezzo di mercato si dice che opera in condizione di concorrenza imperfetta.

 

Ciò non implica che il controllo esercitato sia assoluto e non vi sia rivalità tra imprese.

 

Una fondamentale differenza tra un’impresa che opera in concorrenza perfetta ed una in concorrenza imperfetta è la curva di domanda che fronteggiano:

 

  • concorrenziale: curva di domanda elastica rispetto al prezzo di mercato (parallela all’asse delle ascisse)

 

  • non concorrenziale: curva di domanda è inclinata negativamente. Di conseguenza, una impresa in concorrenza imperfetta che incrementa le vendite scende lungo la curva di domanda determinando una riduzione del prezzo di mercato.

 

Gli economisti suddividono la concorrenza imperfetta in:

 

  1. Monopolio: caso estremo di concorrenza imperfetta, in cui il monopolista ha il controllo totale di un mercato perché unico produttore e solitamente legato a qualche forma di protezione statale (no concorrenza)

 

  1. Oligopolio (diffuso): “pochi venditori” (numero limitato di imprese la cui dimensione, è piuttosto rilevante). Le imprese possono influire sul prezzo scatenando una guerra di prezzi che riduce anche i prezzi dei concorrenti (concorrenza tra pochi)

 

  1. Concorrenza monopolistica: no omogeneità dei prodotti, nel mercato si muovono molti venditori con prodotti differenziati. È simile alla concorrenza perfetta ma i prodotti venduti dalle imprese non sono identici e quindi possono venderli a prezzi leggermente diversi (es. commercio al dettaglio: ci sono tante mele al mercato tra cui scegliere e quindi il singolo produttore può variare il prezzo).

 

Perché vi sono mercati vicini alla concorrenza perfetta, e altri dominati da poche grandi imprese? la difficoltà di un’agevole entrata nel mercato è causata da due motivi fondamentali: barriere all’ingresso e rendimenti in scala

 

  1. I rendimenti di scala e la struttura dei costi

 

Le grandi industrie tendono ad essere caratterizzate da pochi venditori in presenza di importanti economie di produzione su vasta scala, producendo a costi inferiori e, quindi, applicando prezzi più bassi di quelli applicabili dalle piccole imprese, impedendone la sopravvivenza.

 

Per quanto riguarda i costi, le imprese più grandi sono avvantaggiate rispetto a quelle di dimensioni più modeste perché incrementano il livello di output fino a produrre una parte significativa dell’output totale del mercato, determinando una situazione di concorrenza imperfetta.

 

Quindi rendimenti crescenti di scala sono incompatibili con il mercato concorrenziale (possono essere costanti o decrescenti, ma non crescenti).

 

  1. Le barriere all’ingresso

 

Possono derivare da leggi o regolamenti che limitano il numero di concorrenti o l’ingresso può essere semplicemente troppo costoso per un nuovo concorrente.

Quando le barriere sono elevate i mercati sono caratterizzati da poche imprese e da un livello di concorrenza limitato.

 

– Le economie di scala possono essere considerate come barriera all’ingresso

 

Barriere di carattere legale: i policy maker possono talvolta limitare la concorrenza in alcuni settori, 3 sono le più diffuse restrizioni di tipo legale:

 

  1. I brevetti: un brevetto è riconosciuto quando si ritiene di dover proteggere i risultati di una opera d’ingegno, la protezione è garantire, per un determinato periodo di tempo, l’uso esclusivo del prodotto “che è stato inventato” (un’eccezione è concessa alle case farmaceutiche). Hanno finalità indiretta di stimolare l’invenzione: se manca una simile protezione, un’impresa non sarà incentivata ad investire in ricerca e sviluppo

 

  1. Le concessioni pubbliche: molti servizi, che ora stanno aprendo i battenti alle dinamiche concorrenziali, operavano in regime di monopolio in concessione per la fornitura di servizi. Es. servizi televisivi ed energetici (l’impresa ha diritto esclusivo di fornire il servizio e s’impegna a limitare i profitti e a rifornire tutti i clienti).

 

  1. Le restrizioni alle importazioni: strumenti adottati dai Governi per limitare la concorrenza dei prodotti esteri.

 

Barriere di carattere economico:

 

  1. Elevati costi d’ingresso: in alcune industrie, gli investimenti per l’accesso possono essere insostenibili. Es. nell’industria aeronavale gli elevati costi per la progettazione ed il collaudo di nuovi velivoli scoraggiano le imprese che potrebbero essere in grado di partecipare al mercato.

 

  1. Pubblicità e differenziazione di prodotti: usate dalle imprese come barriere all’ingresso per ostacolare rivali:

 

  • pubblicità: fornisce ai consumatori maggiori informazioni sui prodotti e fa in modo di creare fedeltà nel consumo alle marche più note.

 

  • differenziazione: usate in combinazione con vaste campagne pubblicitarie. In numerose industrie,es. quelle di cereali, automobili, elettrodomestici e sigarette, un ristretto numero di produttori fornisce una vasta gamma di marche, modelli e prodotti diversi. In parte, è proprio la varietà che attira il maggior numero di consumatori.

 

  1. IL MONOPOLIO

 

L’impresa monopolista è price maker: sceglie il prezzo, e lascia che i consumatori scelgano quanto acquistare a quel prezzo.

Causa fondamentale del monopolio è la presenza di barriere all’entrata dovute a:

 

  1. un’impresa ha il controllo di una risorsa chiave del processo di produzione

 

  1. Protezione legale: gli Stati concedono a un’impresa il diritto esclusivo di produrre un bene

 

  1. Monopolio naturale: la struttura dei costi di produzione rende la singola impresa più efficiente di una moltitudine di piccoli produttori: un’impresa che produce due beni è più efficiente di due imprese separate che producono ciascuna uno solo dei due prodotti

 

  1. Tattiche aggressive

 

  1. Gli imprenditori favoriscono la concentrazione del numero di imprese, con:
  • differenziazione del prodotto e fedeltà alla marca
  • fusioni e acquisizioni: la crescita dimensionale può consentire economie di scala e competere su scala globale (es. banche)
  • fusioni orizzontali tra imprese che operano in una stessa fase di una filiera
  • fusioni verticali tra imprese che operano in fasi successive di una stessa filiera
  • fusioni conglomerate tra imprese che operano in filiere diverse

 

Come per l’impresa concorrenziale, nel monopolio il livello di output è fissato in modo da massimizzare il profitto.

 

La condizione di ottimo per il monopolista richiede l’uguaglianza fra il costo marginale ed il ricavo marginale come in concorrenza perfetta.

 

Il compromesso tra prezzo e quantità è determinato dalla curva di domanda ed il monopolista, per massimizzare i profitti, non può fissare entrambi, ma deve scegliere l’uno o l’altro (se fissa la quantità, il prezzo è stabilito dalla curva di domanda; se fissa il prezzo, la quantità è definita sulla curva di domanda).

 

Nei mercati non concorrenziali, con curva di domanda decrescente, il ricavo marginale è inferiore al prezzo.

Se il prezzo si riduce da 8 a 7€ e la quantità aumenta da 3 a 4 unità, il ricavo totale aumenta di 4€ pertanto il ricavo marginale è pari a €4 perché la riduzione del prezzo consente un aumento della quantità e il monopolista vende una quarta unità ed il ricavo aumenta di €7.

 

Ora le prime 3 unità sono vendute ad un prezzo inferiore, (€7 anziché €8) per cui su queste prime il ricavo totale cala di €3. Complessivamente il ricavo totale aumenta di € 4.

 

Processo di massimizzazione del profitto in monopolio:

 

  1. il monopolista ha convenienza ad aumentare la produzione vendibile se RM>MC

 

  1. è opportuno ridurre la produzione quando il ricavo marginale è inferiore al costo marginale (RM<MC).

 

  1. il monopolista massimizza il profitto scegliendo la quantità in corrispondenza della quale il costo marginale e il ricavo marginale sono uguali (E), ossia dove MR=MC.

 

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La curva di domanda è il prezzo che induce i consumatori ad acquistare tutta la quantità prodotta.

 

Il profitto è massimo nel punto in cui MR=MC. La quantità da produrre sarà YM e il prezzo PM.

 

Il costo medio ACM è inferiore al prezzo PM, pertanto l’impresa ottiene extraprofitti (area ombreggiata), che nel mercato di monopolio possono permanere anche nel lungo periodo, in quanto le barriere all’entrata impediscono a nuove imprese di entrare nel settore.

 

2.1 La relazione tra ricavi e elasticità

 

Da un punto di vista matematico, se la quantità y aumenta di Δy, allora il prezzo deve diminuire di Δp e il ricavo totale, RT varia di p(Δy) (perché il monopolista vende una maggiore quantità di output) e varia di y(Δp) perché ora tutto l’output prodotto è venduto ad un prezzo più basso.

 

Il ricavo totale è RT = p*y , se l’impresa varia (marginalmente) la quantità prodotta avremo un nuovo ricavo RT’ in cui cambiano allo stesso tempo il prezzo e la quantità (ci stiamo muovendo lungo la curva di domanda):

 

RT = (p+Δp)*(y+ Δy) = py + pΔy + yΔp + ΔpΔy (l’ultimo elemento ∆P∆Q è il prodotto di due variazioni piccole e possiamo considerare ∆P∆Q≈0 e la variazione di ricavo può essere scritta: ΔRT = p Δy+ y Δp

 

Riscriviamo tale espressione dividendo per Δy:

 

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Questa relazione tra ricavo marginale, prezzo di mercato e elasticità della domanda ci da:

 

  • nel tratto elastico della curva di domanda: la riduzione del prezzo o l’aumento della quantità comportano l’aumento del ricavo
  • nel tratto inelastico la riduzione del prezzo o l’aumento della quantità comportano la diminuzione del ricavo.

 

L’impresa in monopolio produce solo in tratti in cui la curva di domanda non è inelastica, ovvero non vale│ε│<1, altrimenti il MR è negativo è non può essere uguale al MC che è positivo.

 

Il profitto in monopolio è massimizzato solo se │ε│≥1.

 

Il rapporto è il mark-up dell’impresa, ovvero la percentuale di ricarico che l’imprenditore applica sui costi per determinare il prezzo; è dunque una misura del potere di mercato dell’impresa.

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La discriminazione del prezzo

 

La discriminazione del prezzo consiste nel vendere diverse unità di output a prezzi diversi.

 

Distinguiamo un monopolio con:

 

  • prezzo singolo: l’impresa richiede lo stesso prezzo per ogni unità venduta
  • discriminazione di prezzo: l’impresa richiede prezzi differenti agli acquirenti basandosi sulla disponibilità a pagare degli acquirenti stessi.

 

La discriminazione del prezzo è possibile se:

 

  1. le imprese sono price-maker
  2. i beni non possono essere rivenduti, es. da chi compra ad un prezzo più basso (non dev’essere possibile effettuare arbitraggio)
  3. le imprese sono in grado d’identificare consumatori che vogliano pagare di più.

 

Esistono 3 tipi di discriminazione di prezzo:

 

  1. Discriminazione di primo grado: ogni unità di output è venduta a prezzi diversi, applicando al consumatore il suo prezzo di riserva (prezzo più alto che il consumatore è disposto a pagare per una data quantità). Tuttavia è difficile conoscere con certezza tale ammontare. L’area ombreggiata è la distanza fra prezzo di riserva e costo medio. In questo caso il monopolista produce ad un livello socialmente efficiente. Nella realtà, le imprese non possono operare una discriminazione di prezzo perfetta.
  1. Discriminazione di secondo grado: ogni unità di output è venduta a prezzi diversi, a seconda della quantità acquistata del bene, ma ogni consumatore paga lo stesso prezzo (es il prezzo unitario dell’elettricità dipende da quanta se ne acquista). Per determinare la disponibilità a pagare l’impresa può offrire combinazioni prezzo/quantità, in modo che gli individui si auto-selezionino oppure può incoraggiare l’auto-selezione modificando la qualità, piuttosto che la quantità di un bene (es. economy/business nei voli aerei).
  1. Discriminazione di terzo grado: a diverse categorie di consumatori vengono applicati prezzi diversi (es. carta verde/argento sui biglietti ferroviari). Tale discriminazione dipende dall’elasticità della domanda, per cui l’impresa cerca d’imporre un prezzo elevato a quei consumatori con elasticità bassa ed un prezzo inferiore a quei consumatori con elasticità alta.

 

Il costo sociale del monopolio

 

La posizione di monopolista pone i profitti dell’azienda al riparo da possibili concorrenti.

 

Nella concorrenza perfetta, i profitti portano altre imprese a partecipare al mercato con conseguente espansione dell’offerta, abbassamento del prezzo e riduzione dei profitti.

 

Ma in caso di monopolio, il venditore è unico.

 

La condizione di massimizzazione del profitto è formalmente la stessa, dunque che differenza c è per un’impresa, operare in monopolio o concorrenza perfetta?

 

La condizione d’uguaglianza tra costo marginale e ricavo marginale, nel caso della concorrenza perfetta è garanzia del fatto che il costo marginale sia uguale al prezzo, in monopolio, non accade: il prezzo è maggiore.

 

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Vi è una deviazione tra il prezzo di chi domanda e il prezzo di chi offre e l’effetto è una riduzione dell’efficienza a livello sociale, definita perdita secca del monopolio.

 

La perdita sociale del monopolio è evidenziata dall’analisi del surplus del produttore e del consumatore.

 

– regime concorrenziale, il surplus del consumatore è l’ area A+B+C. Il surplus del produttore è l’ area E+D.

– regime di monopolio il surplus del consumatore è l’ area A. Il surplus del produttore è l’ area B+E.

 

Passando da concorrenza a monopolio:

 

  • il consumatore subisce una perdita di surplus pari alla differenza fra le aree: B+C.

 

  • il produttore realizza un guadagno di surplus pari alla differenza fra le aree: B-D e si ha una perdita netta di efficienza calcolata come somma delle aree di perdita di surplus del consumatore (area C) di perdita di surplus del monopolista (area D). Tuttavia il monopolista è compensato da un guadagno (l’area B) che rappresenta il profitto di monopolio.

 

In conclusione, nel passaggio al monopolio si verifica una perdita secca di benessere (dead-weight loss) e una redistribuzione della ricchezza dal consumatore al monopolista (l’area B).

 

Il costo sociale del monopolio non risiede tanto nel profitto del monopolista quanto nel fatto che il monopolista applica un prezzo superiore al costo marginale, quindi il monopolio è inefficiente perché non esaurisce tutte le possibilità di scambio vantaggiose per tutti i contraenti.

 

Il monopolio è un fallimento del mercato (non dal punto di vista dell’impresa, che ottiene il massimo profitto, ma da quello della “società”).

 

2.4 Il monopolio naturale

 

Il monopolio naturale si ha quando la curva dei costi totali di un’impresa è decrescente in maniera continua.

 

Un’impresa che opera in monopolio naturale è un’impresa che ha elevati costi fissi, a causa dei quali il costo medio (AC) diminuisce al crescere della quantità prodotta, perché i costi fissi incidono in misura sempre più inferiore.

 

L’impresa più grande avrà dunque un vantaggio di costo rispetto a tutte le altre e finirà per dominare il settore.

 

Se la suddivisione di un monopolio in un mercato competitivo non è auspicabile, l’Autorità di governo potrebbe:

 

  1. creare imprese pubbliche per aumentare l’efficienza economica, ma non è frequente e spesso non funziona.

 

  1. creare un’Autorità Antitrust che vieti fusioni, imponga il frazionamento o limiti all’impresa prezzi alti
  1. fissare un prezzo pari al costo marginale. Ma, a quel prezzo, il profitto del monopolista potrebbe diventare negativo, allora si potrebbero fornire sussidi destinati a colmare le perdite dell’impresa, o ridurre il carico fiscale. Ma cosi si riducono gli incentivi a migliorare l’efficienza (visto che c’è chi copre le perdite): le imprese potrebbero accentuare i costi per ottenere aiuti più consistenti, ridurre investimenti necessari a mantenere un adeguato livello di efficienza, o offrire beni e servizi di qualità inferiore.

 

  1. La soluzione più adottata è determinare un profitto “equo” che corrisponde in genere a un prezzo pari al costo medio di produzione, che consente all’impresa di restare sul mercato con un profitto “normale”.

 

LA CONCORRENZA MONOPOLISTICA

 

Le imprese realizzano prodotti differenziati (imperfetti sostituti), diffusa nel commercio al dettaglio e servizi, in cui:

 

  • sono presenti molte imprese
  • vi sono modeste barriere all’entrata e vi è libertà di entrata
  • il prodotto non è omogeneo ma differenziato

 

La presenza di molti venditori fa sì che le decisioni di uno siano difficilmente notate dagli altri, le cui reazioni non costituiscono preoccupazione, quindi non vi sono interazioni strategiche fra le imprese.

 

Gli operatori in concorrenza monopolistica, a differenza della concorrenza perfetta, godono di una certa libertà nella determinazione del prezzo.

 

La differenziazione del prodotto

Ogni impresa cerca di differenziare il proprio prodotto da quello delle altre imprese presenti nell’industria, perché più la differenziazione è efficace maggiore è il potere di monopolio dell’impresa.

 

Se un’impresa che opera in concorrenza monopolistica abbassa il prezzo, la quantità domandata del suo prodotto aumenta, perché alcuni consumatori abbandonano i prodotti di concorrenti per rivolgersi ai prodotti di quell’impresa.

 

Ma dato che i prodotti sono tra loro differenziati, non tutti i consumatori decideranno per questo cambiamento di rotta, come avverrebbe in condizione di concorrenza perfetta.

 

Le imprese che operano in concorrenza monopolistica non si limitano a fissare il prezzo e l’output, ma prendono decisioni su sviluppo, offrendo un prodotto differenziato dai concorrenti, e su investimenti pubblicitari poiché una politica di marketing efficace provoca un aumento della domanda e la rende più rigida.

 

La concorrenza monopolistica, pur essendo un mercato più efficiente del monopolio, comporta spreco di risorse nel lungo periodo.

 

Ciascuna impresa, infatti, produce in condizioni di non pieno utilizzo della propria capacità produttiva. Solo il ricorso a una pubblicità massiccia potrà far recuperare alle imprese la quota di mercato erosa dalla concorrenza.

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L’OLIGOPOLIO

 

L’oligopolio è un mercato formato da un numero limitato di imprese e ognuna ritiene che il risultato delle proprie decisioni dipenda in modo significativo dalle decisioni assunte dalla altre imprese, quindi cerca di massimizzare il proprio profitto, tenendo conto delle possibili reazioni dei suoi competitori.

 

Le reazioni dei competitori davanti a una scelta possono essere diverse, quindi non esiste un’unica teoria di oligopolio.

 

Moltissimi mercati sono in condizione di oligopolio (automobilistico, televisivo, bancario, …).

 

Ogni oligopolista affronta pochi rivali e le sue decisioni hanno effetti rilevanti su ciascuno di essi.

 

Questa fitta rete di interazioni rende complesso massimizzare il profitto e comprendere il comportamento dell’oligopolista, che si riduce a 3 casi più frequenti dominati da due forze:

  • l’interesse comune alla massimizzazione dei profitti dell’intero settore con pratiche collusive, ossia accordi espliciti o taciti tra imprese di un settore, relativo alla determinazione di livelli di produzione e prezzi:
  • collusione esplicita: quando esiste un accordo effettivo e concreto tra le imprese
  • collusione tacita: ha origine da un’intesa non dichiarata apertamente.
  • l’interesse egoistico di ogni venditore alla massimizzazione del proprio profitto anche se ciò potrebbe provocare una riduzione dei profitti totali del settore.

 

4.1 La curva di domanda ad angolo

 

Un primo modello di interazione strategica è dovuto agli economisti americani Hall, Hitch e Sweezy.

 

Questo modello analizza come un’impresa oligopolista percepisce la propria curva di domanda sulla base delle proprie scelte. L’impresa conosce il proprio prezzo e livello di output, ma deve prevedere quale sarà la reazione dei concorrenti ad una eventuale variazione del prezzo e si aspetta che la scelta di ridurre il prezzo verrebbe percepita dai concorrenti come un’azione aggressiva, per accrescere la propria quota di mercato, pertanto tenderebbero ad imitare questa politica.

 

Di conseguenza, la domanda, a seguito di una riduzione del prezzo, sarà inelastica.

 

Se invece l’impresa aumentasse il prezzo i concorrenti non avrebbero motivo di reagire e la domanda sarà relativamente elastica per prezzi al di sopra di P*.

 

L’impresa ipotizza pertanto di fronteggiare una curva di domanda ad angolo, per cui prevede che i ricavi si ridurranno sia nel caso di una riduzione sia nel caso di un aumento del prezzo e la strategia migliore sarà quella di mantenere il prezzo a fisso a P*.

 

Oligopolio e teoria dei giochi

 

Un gioco è una situazione nella quale agenti interdipendenti devono compiere scelte razionali.

 

Ogni giocatore adotterà una strategia tenendo conto di quello che fanno i propri avversari nel prendere le proprie decisioni: agiscono cioè in base alle mosse compiute dagli avversari per ottenere il miglior risultato possibile.

 

Adottando una strategia “egoista” ed in assenza di accordi possono prodursi esiti non soddisfacenti (come la riduzione dei margini di profitto) per tutte le imprese.

 

Le imprese potrebbero:

 

  • ignorare le scelte dei propri avversari
  • tener conto dell’interdipendenza, cooperando con i concorrenti, esponendosi al rischio che l’accordo sia instabile e punti a deviare/ingannare il proprio avversario
  • agire in maniera indipendente (non-cooperazione) tenendo conto delle opzioni di cui l’avversario dispone

 

La “teoria dei giochi” studia il comportamento strategico tipico di queste imprese.

Un esempio di “gioco non cooperativo” è il dilemma del prigioniero, in cui si adotta un modello in cui le imprese scelgono la quantità da produrre in linea con il modello di duopolio di Cournot.

 

Consideriamo due compagnie petrolifere (API Anonima Petroli Italiani e BP British Petroleum) che competono sulla quantità di benzina da immettere sul mercato italiano.

 

Sia X la quantità di prodotto offerto dall’impresa Api e Y la quantità di prodotto offerto dall’impresa BP.

Ciascuna impresa può scegliere tra due strategie:

 

  • non cooperativa (NC): scegliere la quantità per la massimizzazione del profitto data la scelta dell’altra impresa

 

  • cooperativa (C): ridurre la quantità in modo da far aumentare prezzi e profitti per entrambe le imprese

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4.3 Il modello di Cournot

 

Se due imprese stabiliscano simultaneamente la quantità prodotta, l’equilibrio raggiunto è detto di Cournot, in cui ogni impresa massimizza il profitto date le sue aspettative circa il comportamento dell’altra impresa, e si ripartiscono equamente la domanda di mercato.

Supponiamo che le imprese possano scegliere un accordo di cooperazione, con una riduzione dell’offerta che permetta di aumentare il prezzo del biglietto. Se una impresa sceglie:

 

  • la strategia cooperativa, offre 48 mila ettolitri di benzina per trimestre; ossia: X,C = Y,C = 48

 

  • la strategia non cooperativa, vende 64 mila ettolitri di benzina per trimestre; ossia: X,NC = Y,NC = 64

 

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Nella matrice dei guadagni (payoff) rappresentiamo i profitti di ogni impresa in milioni di euro, il numero a sinistra della virgola si riferisce all’Api, il numero a destra della virgola si riferisce al Bp: 5 milioni ciascuna se entrambe perseguono la strategia cooperativa, 4 milioni ciascuna se entrambe perseguono la strategia non-cooperativa, 6 milioni per l’impresa che devia dall’accordo cooperativo (vendendo più benzina) e 3 milioni per l’impresa che mantiene l’accordo.

 

La soluzione di questo gioco si può trovare attraverso l’eliminazione delle strategie dominate: il giocatore-riga sceglierà la strategia Y=64 che il giocatore- colonna cooperi o no e uguale per il giocatore-colonna.

 

Pertanto la strategia non cooperativa Y=64 “domina” la strategia cooperativa Y=48, conducendo ad un unico equilibrio, (4, 4). La scelta di ciascuna impresa, avendo effetti sui prezzi, modifica l’ambiente nel quale tutte le altre si ritrovano ad operare. Da ciò segue che ciascuna impresa sarà costretta a rivedere le decisioni precedentemente assunte, innescando un processo di reazioni a catena che si conclude quando ciascuna impresa non intende più modificare il suo comportamento dato il comportamento delle altre.

 

Tale situazione configura un equilibrio di Nash: uno stato del mercato in cui la strategia seguita da ciascuna impresa è quella ottima perché, data la strategia delle altre, nessuna impresa ha interesse a deviare dalla propria decisione.

 

In assenza di un accordo vincolante, sia Api che Bp potrebbero annunciare la vendita di 48mila ettolitri di prodotto per poi ingannare il concorrente, venderne di più e guadagnare un profitto superiore.

 

Dal punto di vista di entrambe le imprese sarebbe stato più efficiente adottare la strategia cooperativa: avrebbero entrambe ottenuto un profitto più elevato (5,5).

 

Per aumentare i profitti, le due imprese possono colludere formando un cartello che diventa un monopolista.

 

Le imprese possono poi dividere tra loro i profitti secondo la rispettiva forza contrattuale all’interno del cartello.

 

Tuttavia i cartelli tendono ad essere instabili.

 

Equilibrio di Nash-Cournot: situazione di equilibrio nella quale le decisioni di massimizzazione dei profitti di ciascuna delle due imprese, date le decisioni dell’altra, sono mutuamente compatibili.

 

Si trova risolvendo il sistema delle funzioni di reazione delle due imprese. (sistema di equazioni)

 

4.4 Il modello di Stackelberg

 

Questo modello è dovuto all’economista tedesco H. von Stackelberg e generalizza l’analisi alla Cournot delle curve di reazione.

 

Si definisce una curva di reazione supponendo che la quantità prodotta dall’impresa rivale sia funzione della quantità prodotta dal duopolista che costruisce la curva e non fissa come in Cournot.

 

La curva di reazione indica ora ciò che un’impresa pensa il rivale produrrà come risposta per ogni proprio livello di produzione.

 

A differenza del modello di Cournot si intuisce che in questo emerge un’immagine delle imprese come agenti che contrattano, che riconoscono una dipendenza, che tengono conto degli effetti indiretti delle proprie azioni.

 

Il modello prevede una asimmetria tra le due imprese:

 

  • una ha funzione di guida (leader): decide il livello di produzione che massimizza il suo profitto sulla base della congettura che la seconda impresa accetti come un dato la sua decisione di produzione

 

  • una ha funzione di satellite (follower): assunto quel dato come un vincolo, decide il livello della sua produzione che massimizza il suo profitto, quindi reagisce passivamente alle decisioni di produzione dell’altra e ritiene che le sue decisioni di produzione non ne influenzino le scelte (agisce come un’impresa nel modello di Cournot).

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4.5 Il modello di Bertrand

 

Bertrand recensendo il libro di Cournot avanza la tesi che la variabile in duopolio e oligopolio non sia la quantità ma il prezzo e sviluppa un interessante modello in cui le due imprese si fanno concorrenza attraverso il prezzo.

 

Il mercato determina poi la quantità che le due imprese offriranno.

 

Valgono due regole di buon senso :

 

  1. a) i consumatori acquistano sempre al prezzo più basso (prodotto omogeneo) ;

 

  1. b) se i prezzi delle due imprese sono uguali i consumatori distribuiscono la loro domanda 50% all’una, 50% all’altra.

 

Ciascun imprenditore sa che fissando il suo prezzo anche poco più basso di quello del rivale avrà l’intera domanda di mercato. Il prezzo che massimizza il profitto è quello immediatamente inferiore a quello fissato dall’avversario.

La seconda impresa, ragionando in maniera simmetrica, ritiene che il prezzo che massimizza il suo profitto è quello immediatamente inferiore al prezzo fissato dalla prima impresa.

 

L’unico equilibrio sarà quello in cui i prezzi sono uguali e il profitto delle due imprese sarà nullo.

 

Per aggirare la “trappola di Bertrand”, diventa fondamentale per le due imprese differenziare il proprio prodotto.

 

In presenza di prodotti non omogenei, le imprese possono aggirare la logica della competizione di prezzo.

 

4.6 La collusione tra imprese

 

Nel caso di collusione, le imprese si accordano e scelgono l’output o il prezzo che massimizza il profitto totale dell’economia, dividendosi poi tra loro tale profitto.

 

Le due imprese si comportano come se fossero un unico monopolista, ovvero l’equilibrio è raggiunto per MR = MC.

 

Quando le imprese di un settore si incontrano e raggiungono un accordo esplicito sui prezzi e sulla produzione, si dice, formano un CARTELLO.

 

La costituzione di cartelli è generalmente vietata dalla legge, pertanto si tratta di comportamenti piuttosto rari.

 

Il vantaggio del cartello risiede proprio nella possibilità da parte delle aziende di comportarsi congiuntamente come se fossero una singola impresa monopolistica, spartendosi i profitti di monopolio.

 

Ottenuti i benefici del cartello la singola impresa tenderà a deviare cercando di aumentando l’output e massimizzare il “proprio” profitto.

 

Quando questo atteggiamento è assunto da tutti i membri, il cartello crolla.

 

Gli incentivi a scartellare sono notevoli in condizioni normali. Le imprese fanno cartello solo se:

 

  • convinte che porti ad un aumento del prezzo mantenuto nel tempo

 

  • i membri non prevedono che le autorità governative li individuino e applichino sanzioni previste dalla legge.

 

  • adottare adottare tali pratiche non comporti enormi costi, dato che perché tali accordi non siano scoperti dalle autorità, necessita di un continuo lavoro organizzativo.

 

Tra tutti i casi analizzati, la collusione porta alla minore quantità prodotta ed al prezzo più alto, invece, l’equilibrio di Bertrand porta alla quantità maggiore ed il prezzo più basso. Gli altri casi studiati sono intermedi fra questi.

Il cartello moderno più famoso è stato l’OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries).

 

L’EQUILIBRIO GENERALE

L’equilibrio nello scambio

 

In genere, la domanda e l’offerta di un bene sono influenzate dai prezzi degli altri beni.

 

Consideriamo per semplicità:

 

  1. solo mercati concorrenziali, ovvero assumeremo i prezzi come dati.

 

  1. solo 2 beni, 2 consumatori e 2 input di produzione (i risultati valgono anche con numeri + elevati)

 

Per cominciare esaminiamo un’economia senza produzione, in cui gli individui hanno una dotazione iniziale fissa dei due beni 1 e 2, che indicheremo con W1 e W2. I consumatori devono solo determinare le quantità da scambiare.

 

Tale caso è noto come economia di puro scambio.

 

Indichiamo con A e B i due individui e X1 A e X2 A le quantità dei beni 1 e 2 consumate da A (paniere di consumo XA), e W1 A e W2 A la dotazione dei due beni per il medesimo consumatore.

 

Analoga simbologia per il consumatore B.

Si definisce allocazione realizzabile una coppia di panieri di consumo XA e XB tale che la quantità totale consumata di ciascun bene è uguale alla quantità totale disponibile.

 

L’allocazione corrispondente alle dotazioni iniziali dei due individui, indicata con la lettera W, è l’allocazione di partenza del consumatore e corrisponde alla quantità di ciascun bene che i consumatori portano sul mercato.

 

Lo scambio dei beni fra i consumatori determina l’allocazione finale.

 

Per rappresentare graficamente lo scambio di due beni tra due individui possiamo impiegare la scatola di Edgeworth, un diagramma in cui sono riportate le dotazioni e le preferenze dei due individui.

 

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In primo luogo rappresentiamo la dotazione e le preferenze del consumatore A con l’usuale grafico della teoria del consumatore.

 

Indichiamo sugli assi cartesiani la quantità totale di ciascun bene nell’economia; ovvero, la somma della quantità di bene 1 posseduta da A e da B sarà indicata sull’asse delle ascisse, mentre la somma della quantità di bene 2 posseduta da A e da B sarà indicata sull’asse delle ordinate.

 

Dato che ci interessano solo le allocazioni realizzabili dei due beni tra i due consumatori, possiamo disegnare una scatola che contenga l’insieme dei possibili panieri dei due beni che A può possedere.

 

I panieri di questa scatola indicano allo stesso tempo la quantità dei due beni che B può possedere.

 

E’ evidente, infatti, che se nell’economia vi sono 10 unità del bene 1 e 20 unità del bene 2, allora se A possiede il paniere iniziale (7,12), B deve avere il paniere (3,8).

 

La quantità di bene 1 posseduta da A corrisponde alla distanza sull’asse orizzontale dall’origine nell’angolo in basso a sinistra e la quantità di bene 1 posseduta da B corrisponde alla distanza sull’asse orizzontale dall’origine nell’angolo in alto a destra.

 

Analogamente, le distanze sull’asse verticale corrispondono alle quantità di bene 2 possedute da A e B.

 

I panieri nella scatola, come M, indicano simultaneamente i panieri che A e B possono possedere, ma rispetto ad origini diverse.

 

I punti della scatola rappresentano, le allocazioni realizzabili di questa economia.

 

Le curve di indifferenza di A sono facilmente riconducibili a quelle studiate nella Teoria del Consumo; sono le curve inclinate negativamente e convesse rispetto all’origine A.

Quelle di B potrebbero sembrare leggermente diverse; per disegnarle, immaginate di prendere un normale grafico delle curve di indifferenza di B, capovolgetelo e sovrapponetelo alla scatola di Edgeworth ponendo l’origine degli assi in corrispondenza di B.

 

In tal modo, nella scatola vengono rappresentate sia le curve di indifferenza di A che quelle di B.

 

Partendo dall’origine A, se ci spostiamo in alto a destra andremo verso panieri preferiti da A; partendo, invece, dall’origine B, se ci muoviamo in basso a sinistra raggiungiamo panieri maggiormente preferiti da B.

 

La scatola di Edgeworth è uno strumento che consente di rappresentare i possibili panieri di consumo, le allocazioni realizzabili e le preferenze di entrambi i consumatori.

 

Consideriamo la dotazione iniziale W e le curve di indifferenza di A e di B che passano per tale allocazione.

 

L’area in cui A si trova in una situazione migliore rispetto a quella rappresentata dalla sua dotazione iniziale è formata da tutti i panieri di beni che si trovano su curve di indifferenza spostate verso destra a rispetto alla curva di indifferenza passante per W.

 

Similmente, l’area in cui B si trova in una situazione migliore rispetto a quella rappresentata dalla sua dotazione iniziale è formata da tutti i panieri di beni che si trovano su curve di indifferenza a sinistra di quella passante per W.

L’insieme di panieri che garantiscono una soddisfazione maggiore per entrambi i consumatori, rispetto alla allocazione iniziale, è rappresentato dall’area convessa di intersezione (tratteggiata) delle due aree sopra indicate.

 

Durante le loro trattative i contraenti troveranno uno scambio vantaggioso per entrambi che si collocherà, nell’area di vantaggio reciproco, esempio il punto M.

 

Lo spostamento verso M richiede che A ceda W1 A – X1 A unità di bene 1 ed acquisti da B in cambio X2 A – W2 A unità di bene 2. Allo stesso modo, B acquista da A X1 B – W1 B unità di bene 1 e cede ad A W2 B – X2 B unità di bene 2.

 

L’allocazione M non ha caratteristiche particolari, qualsiasi allocazione all’interno dell’area convessa sarebbe possibile, poiché ogni allocazione di beni all’interno di quest’area è tale da aumentare la soddisfazione di entrambi gli individui, rispetto alla allocazione iniziale W.

 

Partendo da M è possibile ripetere l’analisi appena svolta, possiamo costruire le curve di indifferenza di A e di B passanti per M e costruire una nuova area di vantaggio reciproco, all’interno della quale i contraenti si collocheranno realizzando una scambio reciprocamente vantaggioso.

 

Il processo di scambio continuerà fino a quando non vi saranno più scambi preferiti da A e da B.

 

Graficamente, in corrispondenza di M, l’insieme dei punti che si trovano al di sopra della curva di indifferenza di A non interseca l’insieme dei punti che si trovano al di sotto della curva di indifferenza di B.

 

L’area in cui la soddisfazione di A è maggiore è disgiunta da quella in cui è maggiore la soddisfazione di B, allora qualsiasi spostamento migliori la situazione di uno dei due scambisti, necessariamente peggiorerà la situazione dell’altro.

 

Non vi sono, quindi, in corrispondenza di tale allocazione scambi reciprocamente vantaggiosi.

 

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Tale allocazione è detta Pareto-efficiente che:

 

  1. Non si può aumentare la soddisfazione di tutti gli scambisti.

 

  1. Non si può aumentare la soddisfazione di qualche scambista senza diminuire quella di un altro.

 

  1. Tutte le opportunità vantaggiose derivanti dallo scambio sono state sfruttate.

 

  1. Non è possibile effettuare ulteriori scambi reciprocamente vantaggiosi.

 

Da un punto di vista geometrico, le allocazioni Pareto-efficienti sono rappresentate dai punti all’interno della scatola di Edgeworth, in cui le curve di indifferenza dei due scambisti sono tangenti.

 

Se, infatti, le due curve di indifferenza non fossero tangenti in corrispondenza di una allocazione all’interno della scatola, dovrebbero intersecarsi; ma se si intersecassero, esisterebbe un’area in cui sarebbero possibili scambi reciprocamente vantaggiosi.

 

I punti di intersezione fra le curve di indifferenza dei due scambisti non possono essere Pareto-efficienti. Ovviamente, esistono molte allocazioni nella scatola in cui si verifica la condizione di tangenza fra le curve di indifferenza di A e quelle di B.

 

In pratica, per ogni curva di indifferenza di A ne esisterà sempre una di B tangente in un punto alla curva di indifferenza di A. Esistono, cioè, molti punti Pareto-efficienti nella scatola di Edgeworth.

 

L’insieme di tutti questi punti prende il nome di curva dei contratti (la curva tratteggiata nel grafico precedente), che deriva dal fatto che tutti i contratti finali di scambio devono trovarsi nell’insieme di Pareto, altrimenti non sarebbero finali, perché sarebbe possibile qualche miglioramento di efficienza.

 

Generalmente la curva dei contratti va dall’origine di A a quella di B. L’origine di A corrisponde ad una situazione in cui A non ha nulla e B ha tutto.

 

Tale situazione è Pareto-efficiente perché la sola possibilità per A di aumentare la sua soddisfazione consiste nel prendere qualche cosa a B. Osservazione analoga vale per l’origine di B.

 

L’equilibrio del processo di scambio ci dice solo che gli scambisti si sposteranno verso qualche allocazione, in corrispondenza della quale la situazione di entrambi i consumatori è migliore.

 

Specificando ulteriormente il processo di scambio, possiamo descrivere l’equilibrio in modo più preciso.

 

Ipotizziamo di trovarci in un mercato concorrenziale e che vi sia un terzo individuo con il ruolo di banditore centrale per i due scambisti.

 

Il banditore sceglie i prezzi di mercato per i due beni e li comunica ai due consumatori.

 

Ciascun consumatore valuta la propria situazione in relazione ai prezzi p1 e p2 e decide quanto di ciascun bene è disposto ad acquistare a quei prezzi.

 

Il grafico seguente rappresenta i panieri (M per A ed N per B) domandati dai due scambisti.

 

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Si noti che la situazione rappresentata non è una configurazione di equilibrio poiché la domanda di uno dei due agenti non è uguale all’offerta dell’altro.

 

Definiamo:

 

  • domanda lorda del bene 1 di A la domanda del bene 1da parte dello scambista A, ovvero la quantità di bene 1 che tale scambista desidera consumare ai prezzi di mercato

 

  • domanda netta (o eccesso di domanda) del bene 1 da parte dello scambista A la differenza fra la domanda lorda e la dotazione iniziale del bene.

 

Si vede che la domanda netta di A per il bene 1 è negativa (A vuole consumare meno bene 1 rispetto a quello che ha in dotazione) mentre la domanda netta di B per il bene 1 è positiva (B vuole consumare più bene 1 di quello che ha in dotazione).

 

Ma si vede anche che quanto A vuole vendere di bene 1 è maggiore di quanto B vuole acquistare di tale bene (le due domande nette hanno segno opposto, ma in valore assoluto non sono uguali).

 

Questo significa che la somma della quantità totale di bene 1 di cui A vuole disporre e quella di cui B vuole disporre non è uguale alla quantità totale disponibile di tale bene; nello specifico, si verifica un eccesso di offerta del bene 1.

 

Analogo ragionamento può essere fatto per il bene 2, del quale A ne vuole consumare una quantità maggiore di quella che ha in dotazione e B una quantità minore; ma si vede che quanto A vuole consumare in più è minore di quanto B vuole consumare in meno di questo bene, per cui si verifica, questa volta, un eccesso di domanda di bene 2.

 

Si dice allora che il mercato è in disequilibrio e ci aspettiamo che il banditore faccia variare i prezzi dei due beni:

 

  • il bene per il quale vi è eccesso di offerta (il bene 1) diminuisce

 

  • il bene per il quale vi è eccesso di domanda (il bene 2) aumenta.

 

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Immaginiamo che questo processo continui fino a che le domande nette di ciascun bene di A e B diventano uguali in valore assoluto (il che corrisponde a dire che per ogni bene la domanda è uguale all’offerta).

 

La situazione finale che si raggiungerà sarà quella rappresentata dal punto E.

 

In questo caso la quantità di bene 1 che A vuole vendere è esattamente uguale alla quantità di bene 1 che B vuole acquistare, ed analogamente per il bene 2.

 

In altri termini, la somma delle quantità di ciascun bene che ogni scambista è disposto ad acquistare ai prezzi correnti è uguale alla quantità totale disponibile.

 

In tal caso il mercato è in equilibrio concorrenziale o walrasiano.

 

Ma possiamo fare un ulteriore passo: sappiamo che se ciascuno scambista sceglie il paniere migliore tra quelli che può acquistare il SMS tra i due beni deve essere uguale al rapporto tra i prezzi.

 

Ma se tutti i consumatori si trovano di fronte agli stessi prezzi di mercato, allora i SMS degli individui devono essere identici per tutti in equilibrio ed uguali appunto al rapporto tra i prezzi dei due beni.

 

Ricordiamo ora che il SMS altro non è che l’inclinazione della curva di indifferenza in un punto; dire che i SMS di tutti gli individui devono essere uguali, significa dire che nel punto di equilibrio le curve di indifferenza dei due agenti considerati devono avere uguale inclinazione; ciò si verifica nel punto di tangenza fra le due curve di indifferenza, rappresentato dal punto E, in cui si ha che i SMS dei due agenti sono identici ed uguali a -p1/p2.

 

A questo punto siamo in grado di enunciare la Legge di Walras:

 

La domanda netta del consumatore A è per il bene 1: X1 A – W1 A, e per il bene 2: X2 A – W2 A.

La domanda netta per il bene 1 e quella per il bene 2 prendono anche il nome di eccesso di domanda per il bene 1 ed il bene 2 (in modo analogo si definiscono per il consumatore B), dunque, le espressioni (X1 A – W1 A)+( X1 B – W1 B ) e (X2 A – W2 A)+( X2 B – W2 B ) sono definite eccesso di domanda aggregato per il bene 1 e per il bene 2.

 

La legge di Walras stabilisce che, in equilibrio, il valore dell’eccesso di domanda aggregato è identicamente uguale a zero per ogni bene.

 

Quindi se nell’economia ci sono n mercati corrispondenti ad n beni, è sufficiente trovare un insieme di prezzi in corrispondenza dei quali n-1 mercati sono in equilibrio, perché l’n-simo mercato sarà automaticamente in equilibrio.

 

In altre parole, se la domanda è uguale all’offerta in n-1 mercati, allora anche nell’ultimo mercato la domanda uguaglia l’offerta.

 

economia-politica-47

 

  1. L’equilibrio nella produzione

 

Aggiungiamo ora la produzione e con ciò le quantità dei beni non sono fisse, ma variano in funzione dei prezzi di mercato.

 

Consideriamo un mercato concorrenziale con due soli input di produzione, esempio il lavoro L ed il capitale K disponibili in quantità date, vi sono solo due beni prodotti, il bene P ed il bene V, ed esistono due soli consumatori, ancora A e B.

 

È possibile usare la scatola di Edgeworth anche per rappresentare l’equilibrio generale nella produzione.

In questo caso, gli assi della scatola misurano le quantità dei fattori produttivi disponibili nell’economia (L è la lunghezza dell’asse orizzontale e K la lunghezza dell’asse verticale).

 

Ponendo in basso a sinistra l’origine del bene P (OP) ed in alto a destra l’origine del bene V (OV), le curve inclinate negativamente rappresentano, questa volta, gli isoquanti di produzione (ovvero, ogni isoquanto ci dice le combinazioni dei due fattori di produzione L e K che consentono di produrre un certo livello di P e V).

 

Si vede che l’uso degli input per la produzione dei due beni simile a quella corrispondente al punto S è inefficiente da un punto di vista paretiano perché è possibile aumentare la quantità prodotta di almeno un bene senza diminuire la produzione dell’altro o incrementare la produzione sia del bene V che del bene P.

 

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L’efficienza paretiana è raggiunta in punti come H o G in cui gli isoquanti di produzione sono tangenti fra loro. Infatti, data la quantità disponibile di L e K, una allocazione Pareto-efficiente è tale che:

 

  1. Non si può aumentare la produzione di tutti i beni.

 

  1. Non si può aumentare la produzione di qualche bene senza diminuire quella di un altro.

 

  1. Tutte le opportunità vantaggiose derivanti dalla produzione sono state sfruttate.

 

  1. Non è possibile trovare combinazioni dei due fattori che consentano di ottenere maggiori quantità prodotte di entrambi i beni.

 

I punti in cui gli isoquanti sono tangenti fra loro consentono di raggiungere l’ottimo nella produzione; tali punti rappresentano combinazioni dei due fattori produttivi nella produzione di un certo ammontare dei due beni tali per cui i STS relativi alla produzione dei due beni sono uguali fra loro ed uguali al rapporto fra i prezzi dei fattori.

 

L’unione di questi punti dà origine ad una curva detta curva dei contratti relativa agli input.

 

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Ogni punto della curva è caratterizzato dalla produzione di una certa quantità di P e di V.

 

Se riportiamo tali coppie di valori in un grafico in cui si abbia in ascissa il bene P ed in ordinata il bene V, otteniamo una curva nota come curva delle possibilità di produzione.

 

L’insieme delle combinazioni dei due beni, P e V, che possono essere prodotte utilizzando diverse quantità dei due fattori produttivi, K ed L, è noto anche come insieme delle possibilità di produzione e la sua frontiera prende il nome di frontiera delle possibilità di produzione o curva di trasformazione.

 

La frontiera delle possibilità di produzione altro non è che la curva dei contratti, infatti, si compone di tutte le combinazioni di P e V che sono Pareto-efficienti e su essa non è possibile incrementare la produzione di un bene, date le quantità di K ed L disponibili, senza ridurre la produzione dell’altro.

 

La forma dell’insieme delle possibilità di produzione, in un sistema di assi cartesiani in cui vi siano in ascissa ed in ordinata le quantità dei due beni, e della corrispondente frontiera dipende dalla tecnologia dell’impresa.

 

  1. L’efficienza generale

 

Una volta stabilita la condizione di ottimo nel consumo e nella produzione, non rimane che analizzare l’efficienza generale.

 

Consideriamo in un grafico l’ottimo nel consumo e l’ottimo nella produzione.

 

La curva di trasformazione mostra che per incrementare la produzione di un bene è necessario ridurre la quantità prodotta dell’altro, data la quantità di input disponibili nell’economia.

 

Di quanto si debba ridurre la quantità di bene V per aumentare la produzione di bene P di una unità ci viene indicato dalla inclinazione della curva di trasformazione in punto; l’inclinazione della curva di trasformazione in un punto prende il nome di saggio marginale di trasformazione (SMT).

 

Es. SMT=-5 (occorre ridurre di 5 unità la produzione di V per aumentare di una unità la produzione di P).

SMS=-2 (per rinunciare a 2 unità di bene V i consumatori vogliono una unità in più di bene P).

 

Tutto ciò implica che dal punto di vista produttivo rinunciando ad una unità di P si possono ottenere 5 unità di V, mentre dal punto di vista del consumo i consumatori sono disposti a rinunciare ad una unità di P in cambio di sole due unità in più di V.

 

In una situazione simile si possono, perciò, ottenere vantaggi incrementando la produzione di V e riducendo quella di P, ma l’efficienza generale non è stata ancora raggiunta che è rappresentata dalla condizione di uguaglianza fra il saggio marginale di sostituzione (unico per tutti i consumatori affinché vi sia efficienza nel consumo) e saggio marginale di trasformazione SMS=SMT.

 

In tutti i punti della curva dei contratti è garantito l’ottimo nel consumo, ma solo un’allocazione della curva dei contratti garantisce simultaneamente anche l’ottimo nella produzione.

 

Per ogni punto sulla curva di trasformazione, è possibile costruire la corrispondente scatola di Edgeworth relativa al consumo a cui si associa una curva dei contratti; per ogni curva dei contratti esiste un’unica allocazione che garantisce l’ottimo simultaneo nel consumo e nella produzione, ovvero l’ottimo generale.

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I teoremi dell’economia del benessere

 

Primo teorema dell’economia del benessere: data una distribuzione iniziale delle dotazioni individuali di risorse/beni, una economia decentrata di concorrenza perfetta è in grado di pervenire spontaneamente ad un equilibrio che soddisfa le condizioni di efficienza Paretiana, in quanto sfrutta tutte le opportunità vantaggiose derivanti dallo scambio.

 

Ciò significa che: se lasciamo operare un mercato in condizioni di concorrenza perfetta, partendo da date dotazioni individuali iniziali, l’allocazione delle risorse che emergerà sarà Pareto-efficiente, poiché i livelli individuali di benessere individuale cui si perviene in equilibrio risentiranno delle dotazioni individuali iniziali, non è detto che la distribuzione finale del benessere (del reddito, della ricchezza) tra gli individui sia “socialmente soddisfacente”.

 

Tuttavia, il primo teorema dell’economia del benessere non consente di prevedere in quale modo saranno distribuiti i vantaggi, per cui l’equilibrio di mercato (Pareto- efficiente) potrebbe anche non comportare un’allocazione “equa” delle risorse.

 

Ogni allocazione di equilibrio Walrasiano è un ottimo paretiano.

 

Inoltre, il primo teorema stabilisce che un mercato concorrenziale sfrutta tutte le opportunità vantaggiose derivanti dallo scambio: un’allocazione corrispondente all’equilibrio concorrenziale è necessariamente Pareto-efficiente, anche se può essere priva di altre proprietà desiderabili.

 

Si tratta di un teorema che ha una natura esclusivamente descrittiva, in quanto mostra semplicemente le conseguenze di una ben definita situazione di mercato.

 

Ci dice che a partire da una qualunque dotazione iniziale W le forze di mercato consentono di raggiungere una allocazione di equilibrio che è Pareto-ottima.

 

E’, allora, evidente che in condizioni di concorrenza perfetta, essendo ogni equilibrio un ottimo paretiano, la sola possibile giustificazione per un intervento dello Stato nell’economia è che la allocazione Pareto ottima che il mercato spontaneamente raggiunge, se lasciato libero di operare, non sia socialmente desiderabile.

 

Come accennato, è stato dimostrato che vi è la possibilità che mercati perfettamente concorrenziali producano situazioni di equilibrio Pareto ottime nelle quali alcuni consumatori non hanno i mezzi per sopravvivere.

 

La qualifica di ottimo paretiano non sottintende un giudizio di desiderabilità. Il fatto che, a partire da una data distribuzione delle risorse (la dotazione iniziale) il mercato concorrenziale riesca a raggiungere una allocazione Pareto ottima, ma non necessariamente desiderabile, riapre la questione di un possibile interevento dello Stato.

 

Infatti, dal momento che differenti assegnazioni iniziali delle risorse consentono di raggiungere diverse posizioni di ottimo, se lo Stato giudicasse non auspicabile la posizione di ottimo che il mercato raggiungerebbe autonomamente a partire da una data distribuzione iniziale se non vi fossero interventi, potrebbe evitarla, adottando una redistribuzione delle risorse.

 

Modificando, infatti, l’allocazione iniziale di partenza è possibile raggiungere una diversa allocazione finale. Questa osservazione riapre la possibilità per l’intervento dello Stato nel mercato.

 

Secondo teorema dell’economia del benessere: se le preferenze degli operatori sono convesse, modificando opportunamente le dotazioni individuali iniziali, una economia decentrata di concorrenza perfetta consente di raggiungere qualsiasi stato sociale Pareto-efficiente sulla frontiera delle possibilità di utilità.

 

La variazione delle dotazioni può avvenire attraverso l’uso di strumenti di redistribuzione (trasferimenti quali imposte o sussidi) concepiti in modo da non distorcere i comportamenti dei soggetti economici (concepiti in modo da non violare le condizioni di efficienza Paretiana).

 

Gli strumenti di redistribuzione che possiedono questa proprietà sono denominati trasferimenti “in somma fissa” o lump- sum (il loro ammontare non dipende cioè da variabili oggetto di scelta degli agenti economici; cosicché questi trasferimenti non inducono gli agenti a reagire modificando i propri comportamenti).

 

Ciò significa che: qualunque allocazione Pareto-efficiente può essere ottenuta come risultato di un processo competitivo, data una appropriata distribuzione delle risorse iniziali realizzata attraverso trasferimenti lump-sum.

 

Ogni posizione di ottimo paretiano può essere realizzata come equilibrio concorrenziale previa una appropriata redistribuzione della ricchezza.

 

Sotto particolari assunzioni, ogni posizione di ottimo paretiano può essere realizzata come equilibrio concorrenziale.

 

Si delinea una netta divisione di compiti fra Stato e mercato:

 

  • al primo si assegna un obiettivo redistributivo

 

  • il secondo assolve un ruolo allocativo.

 

-Il primo teorema dell’economia del benessere sembra, voler escludere ogni possibile intervento dello Stato nel mercato concorrenziale, dal momento che questo, se lasciato libero, si colloca autonomamente in una posizione di ottimo paretiano.

 

-Il secondo teorema ammette, invece, la possibilità di un intervento nella misura in cui si possa ritenere che una posizione di ottimo non sia comunque auspicabile.

 

In effetti, esistono numerose situazioni in cui il mercato da solo non riesce a raggiungere una posizione di ottimo paretiano; si parla in questi casi di fallimenti del mercato, dove il ruolo interventista dello Stato è riabilitato in pieno, nel senso che ad esso non si riserva solo un ruolo redistributivo come previsto dai due teoremi dell’economia del benessere.

 

Implicazioni dei Teoremi dell’Economia del benessere

 

Il primo teorema stabilisce che una economia di mercato caratterizzata da una situazione concorrenziale è in grado di pervenire ad una allocazione efficiente delle risorse.

 

Quindi, se si assume come obiettivo l’efficienza allocativa, non serve un intervento esterno (un intervento pubblico), in quanto, lasciandola operare, una economia di mercato è in grado di pervenire spontaneamente all’efficienza allocativa.

 

“Il meglio che può fare lo Stato in una economia di mercato consiste nel non fare nulla”, in quanto il mercato è capace autonomamente di allocare in modo efficiente le risorse e l’intervento pubblico rischia solo di inibire questa capacità

 

Lo Stato dovrebbe quindi astenersi dall’intervenire nella gestione dell’attività economica o il suo ruolo dovrebbe essere residuale.

 

Non si potrebbe assicurare ad un individuo un livello più elevato senza ridurre il livello di benessere degli altri individui.

 

Ma i livelli individuali di benessere osservati in corrispondenza dell’equilibrio di mercato dipende dalle dotazioni individuali iniziali.

 

La soluzione (la distribuzione dei livelli individuali di benessere) offerta dal mercato potrebbe non essere gradita dalla società: ossia, sulla base della funzione del benessere sociale la società potrebbe non ritenere appropriata la distribuzione del benessere generata dal mercato.

 

Il 2° Teorema ci dice tuttavia che, lasciando il mercato libero di operare, la società è astrattamente in grado di raggiungere qualsiasi punto lungo la frontiera delle possibilità di utilità.

 

E’ “sufficiente” modificare le dotazioni iniziali.

 

Ma attenzione: questa modificazione deve avvenire attraverso l’impiego di opportuni strumenti redistributivi (trasferimenti lump-sum) che non distorcano i comportamenti degli agenti economici (non violino le condizioni di efficienza paretiana).

 

In caso contrario il perseguimento di obiettivi di carattere re-distributivo produce inefficienze

 

Se l’operatore pubblico non è in grado di avvalersi di trasferimenti lump- sum, tende quindi inevitabilmente a manifestarsi un trade-off tra efficienza e redistribuzione (“equità”).

 

L’intervento pubblico in una economia di mercato si giustifica allora in presenza di “fallimenti del mercato”, ossia dalla incapacità del mercato di pervenire spontaneamente ad una allocazione efficiente delle risorse (“funzione allocativa” ).

 

Pertanto è opportuno l’intervento dello Stato se:

 

  • L’economia non possiede le caratteristiche di concorrenza perfetta ove, gli agenti economici (imprese, consumatori, titolari dei fattori produttivi) non sono in grado di influenzare il prezzo dei beni/fattori che vendono o acquistano. In altre parole, ogni agente si comporta come un price-taker, accettando i prezzi di mercato come un dato esogeno, non influenzabile attraverso le decisioni individuali;

 

  • Il mercato è efficiente, ma non produce una distribuzione del benessere ritenuta socialmente soddisfacente, e ciò avviene in caso di:

 

  • I mercati incompleti, ovvero ogni agente dovrebbe essere in grado di scambiare qualsiasi bene, sia direttamente sia indirettamente, con ogni altro agente;

 

  • Presenza di asimmetrie informative: tutti gli agenti devono condividere lo stesso insieme di informazioni (nei confronti delle variabili rilevanti ai fini dello scambio);

 

  • Presenza di esternalità, in cui l’attività di un operatore influenza la produzione o l’utilità di un altro operatore non coinvolto nel processo di scambio o produzione (mentre invece ogni interazione tra gli agenti economici dovrebbe passare attraverso il sistema dei prezzi);

 

  • Presenza di beni pubblici, che violano i principi fondamentali del consumo: escludibilità e rivalità. Se il beneficio di un bene pubblico è indivisibile, ossia non è possibile individuare in quale misura il beneficio del servizio affluisce a un individuo, allora non è possibile stabilire un prezzo di mercato, ed il mercato stesso fallisce, nel senso che non si ottiene un ottimo paretiano.

 

La nonrivalità nel consumo indica che il consumo di un servizio da parte di un individuo può essere condiviso anche da parte di un altro soggetto; la non- escludibilità indica che non esiste la tecnologia per impedire ad un individuo di fruirne.

 

In questo senso, il Costo marginale di offerta di un bene non rivale è nullo.

 

Nel caso dei beni pubblici è necessario l’intervento pubblico o forme di azione collettiva che spingono alla sua fornitura in misura socialmente accettabile, altrimenti i singoli individui non avrebbero incentivo alla sua offerta.

 

Il bene non verrebbe offerto, tutti si comporterebbero da free rider, sperando che siano gli altri ad offrire il bene.

 

Ma così nessuno lo offrirebbe e quindi non vi sarebbe bene pubblico.

 

Il termine “fallimento” va inteso in termini relativi: il mercato fallisce quando non è possibile sfruttare la possibilità di raggiungere, attraverso lo scambio di beni/fattori produttivi, allocazioni efficienti.

 

Attraverso l’esercizio della funzione allocativa l’operatore pubblico dovrebbe porre rimedio ai fallimenti del mercato, rimuovendone le cause oppure correggendone le conseguenze. In astratto si può preservare l’efficienza e perseguire obiettivi re- distributivi (2° teorema).

 

Ma poiché ciò richiederebbe la capacità di utilizzare strumenti non – distorsivi in pratica ogni società sarà inevitabilmente costretta ad effettuare delle scelte, che di volta in volta rifletteranno gli orientamenti della società.

economia-politica-49

I FALLIMENTI DEL MERCATO

 

L’intervento dello Stato

 

Lo Stato contribuisce a regolamentare situazioni che si configurano a seguito delle dinamiche di mercato.

 

Anche se sono pochi i casi limite di settori dell’economia completamente regolamentati, non è troppo strano dire che tutti i mercati sono in qualche modo soggetti a forme di regolamentazione, es. banche commerciali, compagnie assicurative, avvocati, notai, i quali sono tenuti a superare un esame prima di poter esercitare la propria professione.

 

Anche un esercizio commerciale deve sottostare al conferimento di specifiche autorizzazioni (sanitarie, di sicurezza.).

 

Inoltre, tutte le imprese sono soggette alle norme che vietano pratiche anti-concorrenziali, esempio i cartelli.

 

Attività che richiedono il ruolo dello Stato ed i principali strumenti che adotta

 

L’attività della Pubblica Amministrazione si articola prevalentemente attraverso i seguenti strumenti:

 

  1. imposte: cardine del sistema fiscale.
    Le imposte riducono il reddito e limitano la spesa dei consumatori, ma forniscono risorse per la spesa pubblica. Il sistema fiscale ha funzione di scoraggiare attività tassandole maggiormente (es. sigarette) e incoraggiarne altri con minore tassazione (es. proprietà della prima casa)

 

  1. spese e trasferimenti: la PA “spende” le proprie risorse per produrre beni e servizi ed eroga trasferimenti che sostengono i redditi dei cittadini meno abbienti o in condizioni di non poter partecipare alla vita produttiva.

 

  1. regolamentazioni: lo Stato effettua una serie di controlli che spingono gli individui a eseguire o ad evitare certe attività economiche (es. inquinamento prodotto dalle imprese).

 

I periodi di crisi richiedono una estensione dell’attività dello Stato, dunque, un’espansione della spesa pubblica. Però superate le emergenze, i controlli e la spesa pubblica difficilmente tornano ai livelli precedenti.

 

Quali sono gli obiettivi economici della Pubblica Amministrazione in una moderna economia?

Principali finalità che persegue attraverso le proprie attività:

 

  1. Miglioramento dell’efficienza economica.
    Uno dei principali obiettivi economici della PA è guidare l’allocazione delle risorse nel modo desiderato dalla società.
    Le politiche microeconomiche variano da Stato a Stato a seconda delle diverse abitudini: alcuni preferiscono un non intervento e lasciano che sia il mercato a prendere le decisioni. Altri sono per un intervento pubblico più consistente. Nelle economie di mercato ci aspettiamo, per questioni microeconomiche, che sia il mercato a risolvere i problemi; ma talvolta, l’intervento pubblico è necessario. Un sistema in cui si attua un intervento pubblico minimo è un sistema valido se fosse assicurata la concorrenza perfetta. In tutte le società in realtà, queste condizioni sono in qualche misura violate.

 

  1. Miglioramento della distribuzione del reddito.
    In un sistema di “laissez-faire” gli individui possono essere molto ricchi o molto poveri e in società più povere, l’eccedenza di reddito prelevabile dai ricchi per i poveri è contenuta, ma a poco a poco che le società umane si arricchiscono, aumentano le risorse disponibili per i servizi sociali.
    In America settentrionale e Europa occidentale, i governi destinano una parte significativa del reddito al mantenimento dei livelli minimi di sanità, alimentazione e reddito; avviene tramite politiche di imposizione fiscale e di spesa.

 

  1. Stabilizzazione mediante politiche macroeconomiche.
    I primi esempi di capitalismo erano caratterizzati da periodi di inflazione e depressione, ed i ricordi traumatici della Grande Depressione degli anni Trenta rivivono oggi nelle terribili conseguenze della crisi economica promanata dall’esplosione della bolla speculativa immobiliare nell’estate del 2007. Oggi i Governi si assumono la responsabilità di evitare il ripetersi di tali disastri con una politica fiscale e monetaria ed una rigorosa regolamentazione del sistema finanziario; cercano, inoltre, di attenuare i cicli economici per evitare gli effetti di alcune patologie di sistema quali la disoccupazione o inflazione.
    In tempi relativamente recenti, hanno anche iniziato ad occuparsi dello sviluppo di politiche economiche in grado di incrementare la crescita economica nel lungo periodo.

 

  1. Rappresentare il paese a livello internazionale. Il commercio e la finanza internazionali hanno oggi un’importanza sconosciuta in passato, e i governi rappresentano gli interessi nazionali sulla scena internazionale.
    Le questioni internazionali di politica economica sono raggruppate in 4 aree principali:

 

  • Riduzione delle barriere commerciali.
    Si favorisce il più possibile il libero scambio tra i paesi. Negli ultimi anni sono stati negoziati numerosi accordi commerciali per ridurre i dazi doganali ed altre barriere commerciali su prodotti industriali e servizi.
    La negoziazione che accompagna la stipula di accordi non è mai agevole, infatti, in alcuni casi l’eliminazione di barriere commerciali può rappresentare la rimozione di uno strumento di difesa di alcuni gruppi sociali. Ad esempio l’eliminazione dei dazi può causare la contrazione dell’occupazione in una determinata industria.

 

  • Programmi di assistenza. Le nazioni ricche dispongono di numerosi programmi per il miglioramento delle condizioni dei poveri di altri Stati, che prevedono aiuti diretti ai paesi stranieri e, in caso di calamità, il supporto di istituzioni come la Banca Mondiale, che offre prestiti a condizioni favorevoli

 

  • Coordinazione delle politiche macroeconomiche.
    Le nazioni si sono rese conto che l’accresciuta interdipendenza economica richiede la coordinazione delle politiche macroeconomiche per combattere fenomeni quali disoccupazione e inflazione. La creazione di un sistema di tassi di cambio armonico costituisce un prerequisito per l’efficienza del commercio internazionale. Le politiche fiscali e monetarie di un paese possono, infatti, influire sulle condizioni economiche di altri. Quando nel 1979 gli Stati Uniti alzarono i tassi di interesse per combattere l’inflazione, la scarsità di moneta in circolazione provocò una recessione mondiale ed una crisi del debito internazionale.

 

  • Protezione dell’ambiente. La novità più recente della politica economica internazionale è la collaborazione tra nazioni per proteggere l’ambiente. I campi in cui si sono ottenuti maggiori successi sono la salvaguardia del pesce nelle acque internazionali e la preservazione dell’acqua dei fiumi. La crescente preoccupazione per le emissioni a cui l’ambiente è sottoposto, con conseguente surriscaldamento del globo, deforestazione ed estinzione di specie, portano gli Stati a sviluppare strategie risolutive. Esempio: Protocollo di Kyoto o direttive europee “20- 20-20” (si punta a ridurre del 20% le emissioni di gas serra ed incrementare del 20% la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, il tutto entro il 2020).

 

I fallimenti del mercato

 

Esistono ragioni che impediscono la formazione di un mercato di concorrenza perfetta o che impediscono al mercato, in concorrenza perfetta, di realizzare un’allocazione delle risorse efficiente. In alcuni casi, addirittura, è impedita la formazione stessa di un mercato.

 

In queste circostanze cd. fallimenti del mercato è necessario l’intervento dello Stato.

 

Si distinguono 2 casi di fallimento del mercato per:

 

  • inefficienza della soluzione di mercato

 

  • incompletezza dei mercati

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Inefficienza della soluzione di mercato.

 

Si verificano quando un bene è venduto su un mercato, ma la condizione di equilibrio che si realizza non è quella efficiente:

 

  1. Potere monopolistico. Molte imprese, per motivi istituzionali o economici dispongono di potere di mercato, che consente di avere margini di manovra sul prezzo (price maker). Ciò comporta condizioni di equilibrio in corrispondenza di livelli di quantità prodotta e di prezzo, rispettivamente, inferiori e superiori rispetto ai livelli concorrenziali.

 

  1. Beni pubblici. I beni privati sono beni divisibili o a consumo rivale, (il consumo da parte di un individuo impedisce che il medesimo bene sia consumato da un altro individuo). Altri beni o servizi sono indivisibili o a consumo non rivale (fruibili da più individui contemporaneamente). I beni pubblici, come difesa e sanità, posseggono proprio questa caratteristica dell’indivisibilità. La difesa deve essere distribuita equamente e non vi è alcun prezzo per la fruizione del servizio di difesa (i beni pubblici non hanno un meccanismo di esclusione dal consumo).

 

  1. L’informazione imperfetta. Una delle fondamentali assunzioni del modello di funzionamento del sistema economico in regime di concorrenza perfetta è quella che gli operatori siano perfettamente informati su tutti gli elementi che possono essere rilevanti per le loro scelte. L’informazione deve essere immediatamente e pienamente disponibile a tutti e senza costo. In realtà non è senza costi, pertanto è possibile che gli operatori compiano le loro scelte disponendo di informazioni incomplete (nessuno prima di un acquisto consulta tutti i produttori per trovare il prezzo più basso) e spesso imperfette (informazioni non facilmente rilevate, es. caratteristiche qualitative di un bene eventualmente scadenti). Le scelte compiute in condizione di informazione incompleta ed imperfetta sono meno efficienti di quelle in presenza d’informazione non costosa.

 

  1. Incompletezza dei mercati:

 

  • Le esternalità.

 

  • La carenza di informazione ed incertezza. L’incompletezza dei mercati è facilmente riscontrabile quando si hanno decisioni prese per il futuro in condizioni di scarsità di informazioni e incertezza. Infatti un oggetto, con date caratteristiche fisiche, sarà in effetti un bene diverso a seconda del luogo, tempo o situazione del suo utilizzo. Esempio: un ombrello in un giorno di sole o di pioggia. Teoricamente affinché vi sia completezza dei mercati, dovrebbero esistere mercati per tutti i beni in tutte le possibili localizzazioni, a seconda della loro disponibilità ed in qualunque data futura, ossia mercati futuri e mercati eventuali, in cui non vi è contemporaneità tra prezzo e prestazione essendo subordinata al verificarsi di un determinato evento futuro. Un altro motivo che impedisce il formarsi di alcuni mercati eventuali è l’asimmetria delle informazioni, ossia quando un contraente (l’assicuratore) ha minori informazioni di quelle di cui dispone l’altro contraente (l’assicurato). Da tale asimmetria informativa derivano:

 

  • Azzardo morale  che consiste in un comportamento opportunistico posto in essere dopo la conclusione di un accordo, che può portare gli individui a perseguire i propri interessi a danno della controparte. Ad esempio un soggetto che si assicura contro un incendio sarà meno attento ad evitare il verificarsi dell’evento che è oggetto dell’assicurazione di quanto non sarebbe in assenza di copertura assicurativa. Questo atteggiamento accresce il rischio. I rischi per i quali tale fenomeno è rilevante non sono coperti dalle assicurazioni e per essi non esiste, quindi, un mercato privato.

Selezione avversa che si verifica qualora una variazione delle condizioni di un accordo provoca una selezione delle parti in causa sfavorevole per la parte stessa che ha effettuato la modifica, seppur tale modifica sia avvenuta ricercando un vantaggio. Ad esempio, se l’assicurazione aumenta il prezzo delle polizze, una parte della clientela può rinunciare alla sottoscrizione della polizza, divenuta più cara. La maggior parte delle rinunce si verificherà, ovviamente, da parte dei clienti che hanno meno probabilità di incorrere nell’evento che dà luogo al rimborso, mentre i clienti soggetti a maggiori rischi non hanno convenienza a modificare la loro scelta anche in presenza di un maggior costo del premio assicurativo. I clienti meno rischiosi a non sottoscrivono le polizze, con conseguente aumento della percentuale della clientela considerata più rischiosa. La fuga dei clienti meno rischiosi implica che a parità di premio incassato per cliente, i rimborsi che mediamente sono erogati per cliente aumentano. L’assicurazione, che avrebbe interesse a garantirsi una clientela meno rischiosa e meno costosa, finisce pertanto per ottenere il risultato opposto, per effetto della modifica delle condizioni contrattuali.

 

  1. Le esternalità

 

Definizione: un’esternalità è l’effetto provocato dal comportamento di un agente economico sul benessere di un altro, quando l’effetto non è riflesso in pagamenti monetari o in transazioni di mercato.

 

Quindi un’attività di produzione o consumo di un soggetto influenza il benessere di un altro senza che quest’ultimo:

  • effettui un pagamento per il beneficio ottenuto (esternalità positiva)

 

  • sia ricompensato a fronte del danno subito (esternalità negativa).

 

Ad esempio un’impresa che scarica CO2 nell’atmosfera o riversa scarti industriali nelle acque di un fiume, arreca un grave danno all’ambiente oppure se viene costruito un nuovo supermercato nella zona in cui viviamo, siamo costretti a vivere in strade più trafficate, senza dover essere chiamata ad un risarcimento per il danno.

 

La caratteristica essenziale delle esternalità è che esistono dei beni, ai quali i consumatori sono interessati, che non sono scambiati sul mercato.

 

I problemi derivano proprio dall’assenza di mercati delle esternalità: l’inesistenza di un corrispettivo a fronte del vantaggio o danno procurati da un operatore ad un altro configura l’assenza di un mercato.

 

In pratica, le esternalità introducono una divergenza fra costi o vantaggi privati e costi o vantaggi sociali:

 

  • in presenza di esternalità negative, il costo marginale sociale della produzione di esternalità è superiore al costo marginale privato e la rimozione delle stesse dà luogo ad un beneficio marginale sociale maggiore del beneficio marginale privato.

 

  • in presenza di esternalità positive, il costo marginale sociale della loro mancata produzione è inferiore al costo marginale privato e la loro produzione dà luogo ad un beneficio marginale sociale minore del beneficio marginale privato.

 

Esternalità negative nella produzione

 

La completa eliminazione delle emissioni comporterebbe per l’azienda un aggravio di costi tale da mettere in dubbio la sua sopravvivenza.

 

Anche in questo caso, come in ogni altra situazione di equilibrio che abbiamo analizzato, può valere la regola marginale: l’inquinamento può essere controllato da parte dell’azienda fino al punto in cui i benefici derivanti dalla riduzione dell’inquinamento (benefici marginali privati) saranno uguali al costo addizionale sostenuto per mettere in pratica questa operazione (costo marginale dell’operazione).

 

L’inquinamento produce soluzioni allocative inefficienti poiché, in un ambiente non controllato, le imprese fissano i livelli di riduzione degli impatti a loro più convenienti, uguagliando il beneficio marginale privato derivante dalla riduzione dell’inquinamento al costo marginale di tale riduzione.

 

Quando gli effetti esterni dell’inquinamento sono rilevanti, l’equilibrio di mercato produrrà livelli elevati e inefficienti di inquinamento e interventi di risanamento eccessivamente limitati. Poiché, abbiamo visto che affidando ai privati le soluzioni dell’inquinamento otteniamo risultati inefficienti, quale è la soluzione possibile al problema dell’inquinamento della nostra impresa? Si dovrebbe imporle di annullare le emissioni?

 

Se si vuol guardare ad un ottica di sistema, il criterio di riduzione delle emissioni non dovrebbe basarsi su costi e benefici privati, bensì sociali. Ma come, dunque, si può determinare un livello socialmente efficiente di inquinamento?

 

Sempre con riguardo alla nostra centrale, immaginiamo che gli esperti valutino che l’uguaglianza tra benefici marginali sociali e costi marginali si abbia in corrispondenza di un “taglio” delle emissioni pari a 250 tonnellate, per un valore di 4000 € alla tonnellata.

 

L’impresa è, dunque, efficiente ad un livello di emissioni pari a 150 tonnellate. Se il taglio delle emissioni fosse maggiore di 250 tonnellate, i costi marginali di tale riduzione sarebbero maggiori dei benefici marginali garantiti da un’aria più pulita.

 

Questa analisi chiarisce anche il motivo per cui una posizione di emissioni zero, in genere comporta uno spreco.

 

La totale eliminazione dell’inquinamento solitamente impone costi astronomici, mentre i benefici marginali prodotti dalla rimozione degli ultimi pochi grammi di sostanze inquinanti sono estremamente limitati.

 

In alcuni casi, potrebbe essere addirittura impossibile continuare a produrre senza emissioni.

 

L’approccio delle “emissioni zero” potrebbe comportare la chiusura dell’industria siderurgica o il blocco completo del traffico veicolare.

 

In generale, per raggiungere l’efficienza economica è necessario trovare un compromesso, ovvero equilibrare il valore aggiuntivo dell’output dell’industria e il danno aggiuntivo prodotto dall’inquinamento.

 

Possiamo concludere che, un’economia di mercato non regolamentata in presenza di esternalità negative genera un livello di esternalità troppo alto rispetto a quello che sarebbe socialmente ottimale, mentre in presenza di esternalità positive genera un livello di esternalità troppo basso rispetto a quello che sarebbe socialmente ottimo.

 

Nel nostro esempio, il sistema economico non regolamentato sarà, dunque, caratterizzato da riduzioni eccessivamente limitate e livelli di inquinamento eccessivamente elevati.

 

L’analisi condotta in questa lezione ha mostrato come sia necessaria la regolamentazione per eliminare l’inefficienza collegata ad una esternalità come l’inquinamento.

 

Ma quali strumenti può adottare uno Stato per perseguire questa finalità?

 

  • Programmi pubblici:
  1. Controlli diretti. Per tutte le esternalità che hanno effetti diretti su salute e sicurezza, l’intervento pubblico avviene con controlli diretti, definiti regolamentazioni sociali (il Ministero dell’Ambiente può imporre all’impresa di ridurre le emissioni inquinanti).
    Spesso gran parte dei controlli antinquinamento si concludono con dei fallimenti. Per ottenere una riduzione efficiente dell’inquinamento è necessario che il costo marginale dell’inquinamento sia il medesimo per tutte le tipologie di inquinamento e le stesse misure si applicano a grandi e piccole imprese.
  1. Soluzioni di mercato. Per evitare alcune delle conseguenze indesiderate dei controlli diretti, numerosi economisti hanno suggerito un approccio basato più sugli incentivi economici che non sulle ordinanze governative; in particolare, si è proposta l’introduzione di imposte sulle emissioni.
    In questo modo, l’esternalità viene “internalizzata” e l’impresa deve affrontare per intero i costi (anche quelli sociali) delle proprie attività.
  1. Soluzioni di mercato. Per evitare le imposte vi sono permessi di emissione negoziabili, le quali invece d’imporre alle imprese un pagamento, lasciano che siano esse stesse a fissare il proprio livello di inquinamento; lo Stato stabilisce il livello di inquinamento complessivo e distribuisce un numero appropriato di permessi.

 

  • Approcci privati:
  1. La negoziazione e il teorema di Coase. Supponiamo che lo Stato decida di non intervenire. L’analisi condotta da Ronald Coase suggerì che negoziazioni tra 2le parti produrrebbero un risultato efficiente quando i diritti di proprietà sono ben definiti e i costi delle negoziazioni contenuti.
    Esempio: un individuo scarica sostanze chimiche nel laghetto di un altro individuo e il secondo individuo può citarlo per danni. In un simile caso entrambi vogliono trovare un accordo sul livello efficiente di inquinamento.
    La struttura degli incentivi non è sostenuta da regolatore pubblico. Seppur sia possibile pattuire soluzioni efficienti, non necessariamente l’accordo è raggiungibile in ogni fattispecie di questo tipo.
  1. Regole di responsabilità. Si basa sulla struttura giuridica delle leggi di responsabilità civile per atti illeciti: chi produce le esternalità è legalmente responsabile di qualsiasi danno causato ad altre persone. Per le imprese, tali costi costituirebbero un forte incentivo a ridurre “preventivamente” l’inquinamento. Anche questo sistema non è perfetto, perché i costi per i processi sono elevati e non vi sono diritti di proprietà dell’aria pulita.

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  1. I beni pubblici

 

Il bene pubblico è un bene che deve essere fornito nella stessa quantità a tutti i consumatori coinvolti. Molti beni pubblici sono forniti dall’autorità pubblica ed anche la difesa nazionale.

 

I beni pubblici sono, in effetti, un caso particolare di esternalità del consumo: ciascuno deve consumare la stessa quantità del bene e causa un vantaggio non solo a se stesso, ma anche ad altri individui che possono usufruirne liberamente senza dovere in cambio un corrispettivo in denaro.

 

Un tale genere di esternalità è però molto problematico perché il mercato decentralizzato non consente di allocare in modo efficiente i beni pubblici; i cittadini non possono acquistare quantità arbitrarie di bene pubblico e perciò devono accordarsi in qualche modo su una quantità comune, inoltre ogni agente ha convenienza ad aspettare che siano altri a provvedere all’approvvigionamento di bene pubblico, per poi usufruirne gratuitamente.

 

Infatti, un bene pubblico è caratterizzato non solo dal fatto che il consumo di una unità di esso da parte di un agente economico non preclude il consumo ad altri individui, cd. non rivalità del bene (il consumo da parte di un soggetto non ne riduce la disponibilità di consumo per gli altri), ma anche dalla non escludibilità (è impossibile escludere alcuni individui dal consumo di tale bene).

 

Se l’approvvigionamento del bene pubblico spettasse ai privati, questi ne sceglierebbero la quantità tale per cui il beneficio marginale privato uguaglierebbe il costo marginale dell’approvvigionamento.

 

Ma la condizione di ottimo per la produzione di un bene pubblico richiede che la somma dei benefici marginali privati derivanti dal consumo del bene eguagli il costo marginale della sua produzione.

 

La quantità di bene pubblico prodotta in un equilibrio competitivo è inferiore a quella che sarebbe socialmente ottimale. La ragione di ciò risiede nel fatto che l’acquisto del bene da parte di un agente provoca un beneficio marginale non solo a lui, ma anche a tutti gli altri consumatori dell’economia.

 

Ogni agente ha, quindi, incentivo a trarre beneficio dal consumo di bene pubblico da parte degli altri, mantenendo il suo consumo basso.

 

L’ inefficienza dell’approvvigionamento privato può essere superata attraverso l’intervento governativo:

 

  • Attraverso la diretta produzione del bene da parte del settore pubblico.

 

  • Tramite l’introduzione di:

 

    • una tassa sui consumi per ogni unità di bene pubblico consumata al di sotto del livello ottimale
    • sussidi per ogni unità in più di bene pubblico consumata fino a quella che garantisce il livello ottimale.

 

Le asimmetrie informative

 

Esistono molti mercati nei quali può essere costoso o impossibile acquisire informazioni accurate relativamente alla qualità dei beni scambiati, esempio il mercato del lavoro: per un’impresa è difficile determinare capacità e attitudini delle persone che occupa.

 

Quando un consumatore decide di acquistare un’auto usata non ha facile stabilire se sia o no di buona qualità.

Il funzionamento efficiente di un mercato può divenire molto problematico in presenza di queste asimmetrie informative.

 

Due noti problemi relativi all’informazione sono quelli dell’azzardo morale e della selezione avversa.

 

L’azzardo morale

 

Consideriamo il mercato delle assicurazioni contro il furto di biciclette e supponiamo che i consumatori vivano in aree con identiche probabilità di furto.

 

La probabilità che il furto si verifichi può essere influenzata dai proprietari, se non si preoccupano di chiudere con la catena la bicicletta è più probabile che venga rubata.

 

Nel fissare i premi un’impresa di assicurazioni deve tenere conto degli incentivi a fare attenzione alla cosa assicurata.

 

Se non è disponibile alcuna assicurazione il consumatore sarà probabilmente più attento alla propria bicicletta, perché in caso di furto l’intero onere dell’accaduto graverebbe su di lui.

 

Ma se un individuo è assicurato, il costo che sostiene in caso di furto della sua bicicletta è molto minore.

 

La compagnia di assicurazione infatti, verserà una somma di denaro al consumatore, relativa al valore della bici rubata.

 

Se la compagnia, poi, rimborsasse l’intero valore della bici, l’assicurato non avrebbe alcun incentivo a prendersi cura della sua bicicletta.

 

Questa mancanza di incentivi prende nome di azzardo morale.

 

Si noti che una copertura assicurativa troppo bassa costringe gli individui a sostenere un rischio eccessivo, mentre una copertura troppo alta li spinge a non avere sufficiente attenzione per il bene posseduto.

 

Poiché la compagnia di assicurazione non è in grado di osservare tutte le azioni degli individui assicurati, non sarà disposta ad offrire una assicurazione completa, ma vorrà che l’assicurato sostenga parte del rischio.

 

La compagnia fa così in modo che l’assicurato abbia almeno una minima cura della propria bicicletta.

 

Si ha una situazione di azzardo morale quando un lato del mercato non può osservare le azioni dell’altro.

 

Si parla anche di azione nascosta. L’equilibrio in un mercato con azione nascosta implica qualche forma di razionamento, nel senso che le imprese sarebbero interessate ad offrire quantità maggiori, ma preferiscono non farlo perché questo modificherebbe gli incentivi ai consumatori.

 

Un equilibrio di mercato con azione nascosta è caratterizzato da un volume minore di scambi rispetto a quello che sarebbe socialmente ottimale.

 

La selezione avversa

 

Nel mercato delle auto usate chi vende il bene ha informazioni relative alla qualità diverse da chi lo compra. Consideriamo 100 acquirenti e 100 automobili.

 

Acquirenti e venditore sanno che vi sono 50 auto di buona qualità e 50 di cattiva qualità, ma gli attuali

proprietari-venditori conoscono la qualità della loro auto, gli acquirenti non sanno quali auto siano buone e quali cattive. Supponiamo che chi possiede un’auto scadente sia disposto a venderla per 1000 euro, mentre chi ne possiede una buona voglia realizzare 2000 euro, gli acquirenti sono disposti a pagare 2400 euro per un’auto buona e 1200 per una cattiva.

 

Se la qualità fosse direttamente osservabile, il mercato funzionerebbe senza problemi. Ma, dato che la qualità delle auto non è nota ai compratori, questi devono formulare delle congetture sul valore delle auto; immaginiamo che a seguito di tali congetture gli acquirenti siano disposti ad offrire 1800 euro per un’auto.

 

Chi è disposto a vendere l’auto a quel prezzo? Ovviamente solo i proprietari di auto di cattiva qualità.

 

Ma se l’acquirente fosse certo di poter ottenere a quel prezzo solo un auto cattiva, allora il suo prezzo di acquisto scenderebbe ad un livello compreso fra 1200 e 1000 euro.

 

Per tale intervallo di prezzo nel mercato non verrebbe venduta neppure un’auto di buona qualità.

 

L’origine di questo fallimento del mercato deriva dal fatto che le auto che più probabilmente sono poste in vendita sono quelle delle quali i proprietari desiderano maggiormente sbarazzarsi.

 

Il fatto stesso che un bene sia posto in vendita offre al possibile acquirente una indicazione della sua qualità.

 

I beni di cattiva qualità escludono quelli di buona qualità perché per ottenere le informazioni necessarie sulla qualità dei beni occorre sostenere costi troppo elevati.

 

Tale fenomeno prende il nome di selezione avversa, noto problema dei mercati delle assicurazioni.

 

Immaginiamo che un’impresa offra un’assicurazione contro il furto di biciclette e che da un’indagine di mercato risulti che l’incidenza dei furti sia variabile a seconda della comunità considerata.

 

L’impresa sarà costretta ad offrire una assicurazione basata sulla incidenza media dei furti.

 

Allora coloro i quali abitano in aree a bassa incidenza non si assicureranno perché non ne sentono la necessità, mentre richiederanno la copertura assicurativa solo coloro che vivono in aree in cui i furti sono molto frequenti.

 

Provenendo le richieste di risarcimento quasi esclusivamente dai consumatori che vivono in aree ad alto rischio, i premi assicurativi basati sulla probabilità media di furto rifletteranno in modo distorto le effettive richieste di risarcimento ricevute dalla compagnia.

 

Agendo in questo modo l’impresa otterrà una selezione avversa dei propri clienti.

 

Ricapitolando, si ha una situazione di selezione avversa o informazione nascosta, quando un lato del mercato non è in grado di osservare il tipo o la qualità dei beni offerti.

 

L’equilibrio di un mercato caratterizzato da informazione nascosta implica che abbiano luogo meno scambi di quanto sarebbe possibile e ciò a causa della incapacità di distinzione fra bene “buono” e bene “cattivo”.

 

Anche in questo caso il mercato porta ad una soluzione inefficiente.