scienza delle finanze

Scienza delle Finanze

 

In un’economia mista le attività economiche vengono svolte sia da imprese private che dal settore pubblico, lo Stato infatti condiziona il comportamento del settore privato sia in modo diretto che indiretto attraverso una serie di regolamentazioni e attraverso l’attività economica svolta dallo Stato.

 

Negli anni ‘80 in Europa si assiste alla privatizzazione che consiste nella trasformazione di imprese pubbliche in società private. L’attività economica dello stato è disciplinata dalla Costituzione, all’art. 41 definisce l’ambito dell’intervento pubblico nella regolamentazione dell’economia, nell’art. 42 fissa il carattere misto del sistema economico, perché la proprietà è pubblica o privata e i beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati, mentre nell’art. 43 stabilisce la possibilità di un ruolo pubblico diretto nella produzione di beni e servizi.

 

Nella storia italiana il ruolo dello Stato è cambiato: fino agli anni ‘60 gran parte dell’energia elettrica era prodotta da imprese private, nel ‘62 fu nazionalizzata e venne istituita l’ENEL (impresa pubblica); negli anni ’90 l’ENEL è stata trasformata in società per azioni e si è avviata la privatizzazione.

 

Lo studio della finanza pubblica è importante e interessante perché esistono i sistemi ad economia mista, che affrontano costantemente il problema di definire il confine appropriato tra attività pubblica e privata.

Per comprendere il punto di vista moderno sul ruolo economico dello Stato è utile considerare l’evoluzione nel passato del pensiero economico.

 

Alcune idee centrali del XVIII e XIX secolo sono state cruciali per la storia economica del XX secolo e continuano ad essere importanti anche oggi.

 

I Mercantilisti ad esempio pensavano che lo Stato avrebbe dovuto avere un ruolo attivo nell’economia, promuovendo il commercio e l’industria, Adam Smith invece, in contrapposizione al mercantilismo, proponeva un ruolo limitato dello Stato, mostrando come il perseguimento del profitto personale da parte dei singoli individui,  portasse al raggiungimento dell’interesse pubblico, la cosiddetta teoria della mano invisibile.

 

La teoria del Laissez faire invece, seguiva la scia della teoria della mano invisibile, economisti come John Stuart Mill e Nassau Senior affermavano infatti che lo Stato non dovrebbe interferire con il funzionamento del mercato, tentando di regolamentare o controllare le imprese private, la libera concorrenza avrebbe servito nel miglior modo gli interessi della collettività.

 

La grande crisi degli anni ‘30 modificò l’atteggiamento degli economisti verso lo Stato, si notò come il mercato non sempre funziona bene, generando dei fallimenti del mercato.

 

Per risolvere questi problemi è necessario l’intervento dello Stato, soprattutto nei periodi di crisi, per correggere il malfunzionamento del mercato, questa idea venne principalmente sorretta dall’economista inglese John Maynard Keynes.

 

Lo Stato doveva stabilizzare l’economia attraverso politiche di bilancio e monetarie, regolamentazione dei mercati finanziari ed intervento diretto in settori strategici come il credito.

 

Il settore pubblico ha un ruolo importante nell’economia, ma quando non funziona bene genera il cosiddetto fallimento pubblico.

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Il fallimento pubblico può derivare da diversi fattori:

Informazione incompleta: alle volte lo Stato non dispone delle informazioni necessarie per attuare un adeguato programma pubblico (esempio: lo Stato aiuta gli invalidi e chi è in grado di lavorare non deve avvalersi dell’aiuto destinato agli invalidi; l’informazione limitata di cui lo Stato dispone impedisce di capire chi è veramente invalido e chi finge di esserlo).

Controllo limitato delle reazioni del settore privato: il settore pubblico esercita un controllo limitato sulle conseguenze dei suoi programmi (esempio: per il programma di assistenza sanitaria una ragioni del rapido aumento della spesa sta nel fatto che lo Stato non controlla direttamente il livello totale della spesa; fissa i prezzi di alcuni servizi (assistenza ospedaliera o farmaci) e sono i medici e i pazienti che determinano i volumi e il tipo di servizi che vengono forniti).

 

Controllo limitato della burocrazia: le assemblee legislative nazionali, regionali e locali disegnano le norme e delegano l’attuazione all’ente pubblico, che deve specificare con regolamentazioni dettagliate gli aspetti tecnici del programma.

 

Alle volte lo scendere nel dettaglio porta ad un complicarsi delle varie regole e ad burocrazia molto complessa che blocca il settore pubblico.

 

Limitazioni imposte dal processo politico: anche se lo Stato disponesse di una perfetta informazione sui possibili interventi, il processo politico, con il quale vengono prese le decisione, potrebbe originare delle ulteriori difficoltà. L’elettorato tende a favorire decisioni semplici per problemi complessi.

 

I mercati spesso falliscono e alcune volte i Governi non riescono a sopperire ai fallimenti.

 

Nel corso della storia la posizione degli economisti, riguardo al ruolo appropriato per lo Stato è mutato in base alla corrente di pensiero a cui appartengono; vi è consenso sul fatto che per molti problemi il mercato non è sufficiente, in quanto è pienamente efficiente solo sotto determinate condizioni, tra gli economisti a favore di un ruolo limitato dello Stato abbiamo Michael Boskin e John Taylor dell’Università di Stanford, Martin Feldstein dell’Università di Harvard, mentre tra economisti a favore di un ruolo attivo dello Stato abbiamo Alan Blinder dell’Università di Princeton, Laura D’Andrea Tyson dell’Università di Berkeley e Charles Schultz della Brookings Institution.

 

Vi sono varie correnti di pensiero su quale debba essere il ruolo economico dello Stato, le due posizioni estreme: i socialisti che sostengono un ruolo dominante dello Stato e i sostenitori del lasseiz faire, queste due filosofie si sono attenuate nel corso degli anni sfociando nei due fenomeni della deregulation e della privatizzazione, la deregulation: inizia negli Stati Uniti sotto la presidenza Carter e comporta la riduzione del ruolo dello Stato nella regolamentazione dell’economia mentre la privatizzazione si è maggiormente sviluppata nei paesi europei e consiste nel cedere al settore privato attività che prima venivano svolte dallo Stato.

Il settore pubblico è composto dalle istituzioni nazionali come il parlamento e le regioni, le province e i comuni, il Governo e la Corte Costituzionale e una serie di enti come l’INPS, INAIL, ACI, ANAS, ASL.

 

Esistono delle differenze tra le organizzazioni pubbliche e quelle private, innanzitutto in un sistema democratico i responsabili della gestione di enti pubblici vengono eletti o nominati dai soggetti politici eletti attraverso un processo democratico, inoltre lo Stato ha un potere di imperio, infatti può obbligare i cittadini a pagare le imposte e può prendere possesso della proprietà privata e destinarla ad enti pubblici.

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Data la scarsità delle risorse presenti nell’economia, gli economisti pubblici si interrogano su 4 questioni:

 

Cosa produrre, cioè quali sono i beni di cui la collettività ha necessità, come produrre cioè come produrre i beni nel modo più efficiente, per chi produrre: quali sono i soggetti finali che usufruiranno dei beni e In che modo prendere queste decisioni.

 

Cosa produrre: Risulta quindi importante stabilire quale quota delle risorse totali del paese dovrebbe essere destinata ai beni pubblici e quale alla produzione dei beni privati.

 

Come produrre: La scelta legata al tipo di produzione dipende dal tipo e dalla quantità di risorse utilizzare per la produzione, come la quantità di capitale da impiegare, di lavoro e di tecnologie.  Le politiche pubbliche influenzano il modo in cui le imprese private possono produrre, ad esempio le norme per la tutela dell’ambiente che limitano l’inquinamento provocato dalle attività industriali o i contributi sociali che le imprese pagano per i loro dipendenti che rendono più costoso il lavoro.

 

Per chi produrre: Un altro problema è quello della distribuzione. Le decisioni pubbliche che riguardano il prelievo o la spesa determinano l’ammontare del reddito che i contribuenti possono disporre per il consumo o il risparmio: il settore pubblico preleva i soldi dai contribuenti in base al reddito e deve decidere quali beni produrre, sapendo che non tutti i gruppi sociali traggono lo stesso beneficio dalla produzione di un particolare bene pubblico.

 

In che modo prendere le decisioni: nel settore pubblico le decisioni vengono prese collettivamente. Il processo di formazione delle decisioni collettive è complesso, perché spesso i singoli membri della collettività sono in disaccordo (esempio: ad alcuni piace il gelato alla cioccolata e ad altri piace il gelato alla vaniglia. Nel caso di beni privati chi preferisce il gelato alla cioccolata può acquistarlo e chi preferisce il gelato alla vaniglia può acquistarlo.

 

Nel caso di beni pubblici la decisione deve essere comune. Le decisioni pubbliche sono più complesse rispetto alle decisioni private; uno degli obiettivi dell’economia del settore pubblico è lo studio della formazione delle scelte collettive o scelte sociali in sistemi democratici.

 

Riconoscere opinioni diverse è importante e comporta che politiche diverse possono essere vantaggiose per persone diverse; è necessario specificare chi trarrà beneficio e chi sarà danneggiato da un determinata politica pubblica.

 

In base al tipo di sistema decisionale che ogni Stato sceglie il risultato finale cambia; esistono vari meccanismi per scegliere quali decisioni collettive debbano essere prese.

 

Le attività del settore pubblico sono molteplici ed è difficile stimarne la dimensione perché sono distribuite su tutto il territorio; spesso sfuggono al controllo del settore pubblico, le varie attività sono intraprese da più ministeri, ad esempio la spesa per l’ambiente ricade su diversi ministeri oltre quello dell’ambiente, come il ministero dei lavori pubblici, delle politiche agricole, della sanità, delle attività produttive. Un singolo ministero può svolgere una serie di attività, ma che non sempre sono collegate fra di loro. Le attività di prelievo e di spesa possono avvenire a livelli diversi, possiamo avere infatti un livello statale, regionale, provinciale, o comunale.

 

L’analisi delle conseguenze delle azioni pubbliche consente di conoscere quale sarà l’effetto o le conseguenze della politica pubblica, sapere, per l’introduzione di un’imposta, chi sopporterà l’onere, se l’imposta avrà un effetto solo sulla diminuzione dei profitti o se verrà totalmente o parzialmente trasferito sui consumatori tramite un aumento dei prezzi o se avrà un effetto sui lavoratori attraverso una riduzione dei salari.

 

Spesso le conseguenze sono difficili da prevedere e sono difficili da analizzare gli effetti di politiche già adottate.

 

È necessario valutare le politiche alternative, ci sono diversi criteri per valutare tra le diverse politiche, quale porta maggiori benefici alla collettività; è opportuno sviluppare dei criteri di valutazione  in modo da comprendere quali sono gli obiettivi della politica pubblica e verificare in quale misura una proposta soddisfa quei criteri.

 

Molti programmi pubblici hanno obiettivi multipli, ad esempio negli Stati Uniti vi è un programma per la bonifica delle discariche dai rifiuti tossici che serve per proteggere la salute e perché le discariche rappresentano un ostacolo per lo sviluppo economico).

 

È importante interpretare le forze politiche che determinano le decisioni pubbliche: le decisioni collettive vengono prese attraverso un processo politico e per comprenderne l’esito è necessario individuare i gruppi che sono coinvolti dal programma pubblico e come possono incidere sul processo politico.

 

Gli economisti studiano il modo in cui l’ordinamento dello Stato influenza l’esito del processo politico.

 

Per analizzare le conseguenze delle varie politiche gli economisti utilizzano dei modelli economici, che semplificano la realtà e attraverso dell’ipotesi cercano di riprodurre la realtà e di capire come una politica influenza delle variabili economiche.

 

In questo caso si distinguono due economie: economia positiva e economia normativa.

 

Quando si descrive il sistema economico e si elaborano modelli per studiare gli effetti sull’economia di determinate politiche, si fa un’analisi di economia positiva, mentre quando si valutano politiche alternative introducendo dei giudizi di valore, facendo un’analisi dei benefici e dei costi, si fa un’analisi di economia normativa.

 

Quando si descrive il sistema economico e si elaborano i modelli per prevedere come l’economia reagirà e quale saranno gli effetti di alcune politiche, si tratta di economia positiva.

 

Quando gli economisti cercano di valutare politiche alternative esaminando benefici e costi e inserendo dei giudizi di valore, si tratta di un’economia normativa.

 

Spesso vi è dissenso sulle tematiche centrali del dibattito politico; il contrasto nasce nell’ambito dell’economia positiva, sulle conseguenze delle politiche e nell’ambito dell’economia normativa, sui giudizi di valore.

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Richard Musgrave, uno dei grandi economisti della finanza pubblica del XX secolo, pensava al settore pubblico come formato da tre branche economiche:

stabilizzazione, allocazione, distribuzione.

 

La stabilizzazione il cui compito era di garantire piena occupazione e prezzi stabili, come ottenere il tema principale dei corsi di macroeconomia, nell’allocazione lo Stato interveniva su come il sistema economico allocava le risorse, poteva intervenire in maniera diretta, acquistando beni come la difesa e l’istruzione o in maniera indiretta, con imposte e trasferimenti che incentivavano alcune attività e ne scoraggiavano altre.

 

Con la distribuzione lo stato si occupava di come i beni prodotti venivano distribuiti tra i membri della collettività, alcune tematiche tipiche erano l’equità e il trade-off tra equità ed efficienza.

 

L’economia pubblica si concentra su la allocazione e la distribuzione.

 

Lefficienza è la capacità di riuscire a produrre dei beni o dei servizi, utilizzando tutte le risorse e tutta la tecnologia a disposizione, rappresenta quindi un modo di produrre in maniera efficiente.

 

La teoria della mano invisibile di Adam Smith, sosteneva che se il mercato opera in concorrenza e se tutti gli individui perseguono il proprio interesse privato, si sarebbe garantito l’interesse pubblico, secondo questa teoria infatti, il mercato, lasciato libero di agire, porta ad una situazione di interesse pubblico, ad una situazione di efficienza.

 

Prima di Smith si pensava che l’interesse pubblico si raggiungesse attraverso l’intervento dello Stato sull’economia, soprattutto riguardo a settori di particolare rilievo come l’istruzione e la sanità. Lo Stato doveva quindi intervenire nell’economia per garantire servizi e beni e ripristinare le situazioni che non favorevoli.

 

Adam Smith notò che non sempre i Governi agivano nell’interesse della collettività, perché spesso erano mossi da gruppi che facevano pressione e che cercavano di soddisfare i propri interessi personali.

 

L’economia del benessere è il filone della teoria economica che analizza gli aspetti normativi (criteri dei valori dei giudizi) e diverse alternative sono valutate su un criterio di efficienza paretiana, teorizzata dall’economista italiano Vilfredo Pareto, che sosteneva che un’allocazione è Pareto-efficiente quando non si può migliorare la situazione di qualcuno senza peggiorare la situazione di qualcun altro.

 

Si raggiunge un’allocazione Pareto-efficiente solo quando non è possibile agire in modo da migliorare la situazione di un individuo senza che la situazione di un altro individuo o di un gruppo di individui venga peggiorata.

 

L’efficienza paretiana venne criticata da numerosi economisti perché aveva un carattere individualistico, in quanto considerava solo il benessere di ciascun individuo e non il benessere di diversi individui.

 

L’efficienza paretiana non tiene conto dell’equità, ci sono infatti più allocazioni che possono essere Pareto-efficienti, ma un’allocazione può essere più equa di un’altra.

 

Non considera il benessere di alcuni individui, ma solo l’aumentare del benessere di qualcuno senza diminuire quello di qualcun altro a prescindere se è un individuo povero o uno ricco.

 

Risulta inoltre importante la percezione del benessere da parte di ciascun individuo, ognuno infatti è consapevole di quello che può essere per lui riuscire ad aumentare il proprio benessere (principio della sovranità del consumatore).

 

Dal teorema paretiano si passa ai teoremi fondamentali dell’economia del benessere, il primo teorema afferma che se un’economia è perfettamente concorrenziale è anche Pareto-efficiente e che quindi qualsiasi economia perfettamente concorrenziale porta ad un’allocazione che è Pareto-efficiente, mentre il secondo teorema stabilisce che qualsiasi allocazione delle risorse Pareto-efficiente può essere ottenuta tramite il meccanismo del mercato concorrenziale, purché vengano ridistribuite adeguatamente le risorse iniziali.

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L’efficienza in un singolo mercato si raggiunge nel punto di incontro tra domanda e offerta detti anche punto di equilibrio e punto efficiente, la curva di domanda è inclinata negativamente quando all’aumentare del prezzo diminuisce la quantità domandata (relazione inversa tra prezzo e quantità).

 

La curva di domanda dell’individuo indica la quantità di un bene che l’individuo è disposto ad acquistare per ogni livello del prezzo, decidendo la quantità da acquistare l’individuo sceglie il beneficio marginale che ottiene dal consumo del bene addizionale, al costo marginale che sostiene per acquistarla (prezzo di acquisto).

 

Lungo la curva di domanda per ogni livello di prezzo la curva ci indica la quantità che l’individuo sceglierà di acquistare quando eguaglia il beneficio marginale al prezzo.

 

L’inclinazione della curva di domanda dipende da due fattori, effetti che si verificano quando varia il prezzo. Supponiamo di aumentare il prezzo del bene, quindi la domanda si riduce per due effetti: l’effetto reddito e l’effetto sostituzione, l’effetto reddito si ha quando aumenta il prezzo di mercato, l’individuo diventa più povero e ridurrà la domanda del bene, mentre l’effetto sostituzione si ha quando il prezzo aumenta la quantità domandata del bene si riduce perché l’individuo rivolgerà la domanda verso un bene sostituto il cui prezzo è inferiore o rimasto costante.

 

L’inclinazione negativa della curva di domanda si ha per l’effetto reddito e l’effetto sostituzione.

La riduzione del prezzo del bene porta ad un aumento della quantità perché c’è un effetto reddito positivo, questo perché con la riduzione del prezzo gli individui sono più ricchi e aumentano la domanda del bene, mentre abbiamo un effetto sostituzione che agisce positivamente sulla domanda, perché se il prezzo si riduce l’individuo rivolgerà la domanda verso il bene con il prezzo diminuito.

 

La curva di offerta indica la quantità del bene che l’impresa è disposta ad offrire per ogni livello del prezzo.

Le imprese operano in concorrenza perfetta, per decidere la quantità da produrre, uguaglieranno il prezzo al costo marginale e uguaglieranno il beneficio marginale che ottengono dal produrre un’unità addizionale del bene (prezzo di vendita) al costo marginale che devono sostenere.

 

Si può interpretare la curva di offerta come la curva del costo marginale per ogni unità addizionale del bene.

 

L’efficienza economica si distingue in efficienza nello scambio, efficienza nella produzione, efficienza nella composizione del prodotto.

 

Per esserci efficienza nello scambio i beni devono essere destinati ai consumatori che attribuiscono ai beni il valore più elevato, l’efficienza nella produzione si ha quando, date la scarsità delle risorse a disposizione e la tecnologia, la produzione di un bene non può essere aumentata se non diminuendo la produzione di un altro bene, mentre l’efficienza nella composizione del prodotto si ha quando tutti i prodotti che l’economia produce corrispondono a quelli effettivamente desiderati dai consumatori.

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La curva delle possibilità di utilità ci indica il livello massimo di utilità per gli individui o gruppi di individui date determinate risorse.

 

Sugli assi cartesiani troviamo le utilità degli individui o comunque di gruppi, mentre la curva delle possibilità di utilità è formata da una frontiera costituita da punti su cui non è possibile aumentare l’utilità di un individuo senza ridurre l’utilità di un altro individuo.

 

Questi punti sono detti Pareto-efficienti. I punti interni alla frontiera sono punti inefficienti, perché è ancora possibile aumentare l’utilità dei due individui, mentre tutte le allocazioni al di fuori della curva delle possibilità di utilità sono detti impossibili.

 

Il punto A è un punto inefficiente perché è un punto in cui si può avere una situazione di miglioramento per entrambi gli individui o una situazione in cui uno rimane costante e l’altro migliora.

 

L’efficienza nello scambio riguarda la distribuzione dei beni tra gli individui, questi beni sono distribuiti in modo che non è possibile fare un’altra distribuzione che migliori la situazione, il benessere o l’utilità di un individuo senza peggiorare quella di un altro individuo, la condizione che ci assicura l’efficienza nello scambio è quella in cui tutti i saggi marginali di sostituzione degli individui sono uguali, inoltre, in un mercato in concorrenza perfetta ci si trova in una allocazioni che è efficiente nello scambio.

 

L’efficienza nella produzione si ha quando non è possibile aumentare la quantità prodotta di un bene senza dover ridurre la quantità di un altro bene, in questo caso l’economia si trova nel punto della frontiera delle possibilità di produzione.

 

L’efficienza nella produzione richiede che il saggio marginale di sostituzione tecnica sia lo stesso per tutte le imprese e che i mercati in concorrenza perfetta siano caratterizzati dall’efficienza nella produzione.

 

Se l’economia si trova in una situazione di efficienza nella produzione, si trova in un punto lungo la curva delle possibilità di produzione.

 

Se ci muoviamo lungo la frontiera delle possibilità di produzione, aumentando il bene A, è necessario ridurre la quantità di bene B prodotta. I punti lungo la frontiera sono dei punti di Pareto-efficienza.

 

Supponendo di avere un’economia in cui vengano prodotti solo due beni, la frontiera delle possibilità di produzione indica quale è la quantità di A e B che l’economia è in grado di produrre, date le risorse e la tecnologia che ha a disposizione.

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Efficienza nella composizione del prodotto: per scegliere la migliore combinazione di un bene A e di un bene B da produrre dobbiamo tener conto della tecnologia e delle preferenze dei consumatori.

 

Nella composizione del prodotto si ha efficienza quando il saggio marginale di sostituzione dei consumatori è uguale al saggio marginale di trasformazione, nel punto di tangenza tra la curva di indifferenza e la curva delle possibilità di produzione.

 

L’efficienza nella composizione del prodotto si ha quando il saggio marginale di sostituzione dei consumatori eguaglia il saggio marginale di trasformazione, nel punto E di tangenza. Tutti gli altri punti sono efficienti nella produzione, ma non sono punti efficienti nella composizione del prodotto, perché aumentano l’utilità dell’individuo spostandosi verso curve di indifferenza più elevate a cui è associato un livello di utilità maggiore.

 

I fallimenti del mercato

Non sempre il mercato da solo raggiunge delle allocazioni efficienti, non sempre riesce ad arrivare alla frontiera delle possibilità di produzione o delle possibilità di utilità, in questo caso si creano delle condizioni che vengono definite fallimenti del mercato per i quali è necessario l’intervento del settore pubblico inteso come Stato, garantisce i diritti di proprietà e l’esecuzione dei contratti.

 

Affinché ci sia un mercato che funzioni è necessario che vengano definiti i diritti di proprietà dei vari individui, dei prodotti, dei fattori produttivi e di tutte le cose per la produzione e che ci sia un organo che garantisca l’esecuzione dei contratti.

 

L’esistenza del mercato viene garantita dallo Stato attraverso la tutela della proprietà privata e la garanzia che tutte le relazioni tra gli agenti economici avvengano in base alla legge.

 

Il motivo principale per cui lo Stato è necessario nell’economia, è che garantisce l’esistenza del mercato,

il mercato infatti agisce liberamente, anche se non sempre agisce correttamente, generando i fallimenti del mercato.

I fallimenti del mercato riguardano la concorrenza imperfetta, beni pubblici, esternalità (positive e negative), mercati incompleti, carenza di informazione, disoccupazione, inflazione e disequilibrio.

 

La concorrenza imperfetta.

 

La concorrenza perfetta si presenta con un numero infinito di piccole imprese che non riescono da sole ad influenzare il prezzo (price-taker), vendono un prodotto omogeneo o uguale e non ci sono barriere all’entrata.

 

Nel lungo periodo la concorrenza perfetta è associata ad una situazione di profitto nullo, perché vista la possibilità per qualsiasi impresa di entrare nel mercato, le imprese sono incentivate ad entrare nel mercato grazie alla presenza di un profitto positivo, il mercato si ristabilizza soltanto quando si ottiene un profitto nullo.

 

Il profitto viene considerato al lordo delle remunerazioni di tutti coloro che lavorano all’interno dell’impresa, altrimenti non ci sarebbe incentivo a lavorare in un’impresa con profitto nullo.

 

Il monopolio può influenzare il prezzo fino ad un certo punto, perché deve fare i conti con la domanda del bene, il monopolista può infatti offrire per il bene un prezzo infinitamente alto, però la quantità domandata potrebbe essere zero, quindi deve fissare un prezzo che, in base alla domanda, è legato alla quantità che deve produrre.

 

Oltre le due situazioni estreme ci sono situazioni intermedie come il duopolio, l’oligopolio e la concorrenza monopolistica.

 

In un mercato di concorrenza perfetta, cioè in un mercato in cui nessuna azienda può influenzare il prezzo, ciascuna impresa cerca di massimizzare il profitto quando il prezzo eguaglia il costo marginale.

In una situazione di monopolio, la situazione cambia, poiché il monopolista massimizza il profitto per quel livello di produzione in cui il ricavo marginale eguaglia il costo marginale.

 

Altri fallimenti del mercato riguardano i beni pubblici che si distinguono dai beni privati per la non rivalità e la non escludibilità, nella non rivalità la fruizione di un bene da parte di un individuo nulla toglie alla fruizione del bene da parte di altri individui.

 

Il godimento dei benefici dei beni pubblici da parte di un individuo addizionale non costa nulla, comportando un costo marginale zero, mentre nella non escludibilità invece è difficile o impossibile escludere qualcuno dalla fruizione del bene.

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I beni pubblici puri godono di queste due proprietà, mentre i beni pubblici misti godono di una sola di queste due caratteristiche.

 

I beni pubblici comportano un fallimento del mercato quando si generano delle situazioni di sotto consumo o di sotto produzione, associati soprattutto alla proprietà della non rivalità.

 

Un altro fallimento del mercato riguarda l’esternalità.

 

Le esternalità sono situazioni in cui le azioni di un individuo o di un’impresa influenzano altri individui o altre imprese. Le esternalità possono essere esternalità del consumo relativa agli individui e le esternalità della produzione che riguarda le imprese, inoltre possiamo avere esternalità negative quando le azioni di un’impresa o di un individuo impongono un costo ad altri soggetti e esternalità positive quando le azioni di un individuo o di un’impresa recano un beneficio ad altri soggetti.

 

Dove si generano le esternalità si genera un fallimento del mercato perché, nel caso delle esternalità negative, la quantità che viene prodotta dall’impresa è eccessiva perché, se l’impresa internalizzasse i costi che impone alla collettività (attraverso l’inquinamento, l’immissione di gas di scarico, i liquami) vedrebbe aumentare i propri costi e a parità di prezzo, la quantità prodotta sarebbe inferiore e l’inquinamento atmosferico sarebbe limitato.

 

I metodi per internalizzare le esternalità sono le tasse, applicando un’imposta sulla quantità di CO2 emessa e i sussidi che si danno alle imprese per incentivarle ad adottare dispositivi che riducano l’inquinamento, inoltre l’autorità al di sopra del mercato può creare dei certificati, dei permessi, che danno la possibilità di inquinare per una certa quantità; i permessi possono essere scambiati tra le varie imprese: l’impresa più inquinante acquista i permessi da un’impresa che inquina di meno.

 

Questi sono solo alcuni degli strumenti che permettono di riportare il mercato su un’allocazione efficiente; quando si generano le esternalità, l’allocazione che risulta dal mercato lasciato libero di agire, non è più efficiente, è necessario porre dei rimedi per cercare di ridurre o di far supportare, il costo sociale o una parte all’impresa, che non ha nessun incentivo ad aumentare i propri costi per adottare dispositivi antinquinamento.

 

L’autorità superiore deve interviene nell’economia, attraverso le imposte, i sussidi o i permessi negoziabili degli standard, per cercare di riportare i costi, che l’impresa far supportare alla collettività, all’interno dell’impresa.

 

Nel caso delle esternalità positive, dando degli incentivi alle attività che producono le esternalità positive si generebbero più esternalità e si riporterebbe verso colui che genera le esternalità gli effetti delle esternalità. In questo caso il mercato non riesce a fare da solo, c’è bisogno dell’intervento dello Stato o del settore pubblico.

 

Un altro caso di fallimento del mercato riguarda i mercati incompleti, che nel caso di mercati privati, non riescono ad offrire il bene o il servizio anche se il costo di produzione è inferiore al prezzo che i consumatori sarebbero disposti a pagare: il mercato privato non riesce a produrre in misura sufficiente o non riesce a produrre un bene o un servizio per cui il prezzo che i consumatori sono disposti a pagare sia superiore al costo di produzione.

 

Gli economisti ritengono che il mercato privato sia carente sull’offerta di assicurazione e di credito e l’intervento dello Stato sarebbe necessario per sopperire a questa carenza.

 

Il mercato privato non offre una copertura assicurativa adeguata per molti dei rischi che l’individuo si trova ad affrontare, malgrado il mercato dell’assicurazione si sia evoluto nel tempo; il settore pubblico ha cercato di sopperire alla carenza del mercato privato introducendo programmi di assicurazione.

 

Oltre a correggere le carenze dei mercati del rischio, il settore pubblico è intervenuto anche per contrastare gli effetti di imperfezioni del mercato dei capitali.

 

Ci sono tre spiegazioni per cui i mercati delle assicurazioni e i mercati dei capitali imperfetti sono stati per anni studiati, l’innovazione, l’asimmetria informativa e i costi di attuazione e i mercati complementari.

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L’innovazione riguarda non solo l’innovazione tecnologica, ma l’innovazione per la creazione di nuovi mercati o di nuovi strumenti finanziari o di nuove polizze assicurative.

 

L’introduzione dei nuovi prodotti è legata alla presenza dei costi di transazione: spesso è difficile garantire l’esecuzione dei contratti o introdurre nuovi tipi di polizze assicurative; non esiste un reale incentivo da parte di assicurazioni private a mettere in atto nuovi strumenti e a supportare i costi di transazione, che sono elevati.

 

Riguardo all’asimmetria informativa e costi di attuazione, spesso le compagnie assicuratrici non sono totalmente informate sulla natura del rischio e su chi acquista la polizza, generando una asimmetria informativa, che porta le compagnie a non accollarsi il rischio per determinati tipi di assicurazioni.

 

Riguardo ai mercati complementari, esistono notevoli problemi legati all’assenza dei mercati complementari. A volte è necessario che il settore pubblico intervenga perché il tipo di rischio riguarda una situazione in cui il settore privato non riesce a far fronte al problema.

 

Un altro fallimento del mercato riguarda la carenza di informazione dove alcune attività pubbliche sono giustificate dal fatto che vi è un’imperfetta informazione da parte dei consumatori.

 

Il mercato da solo, non dando la necessaria informazione, non dà la giusta trasparenza per tutelare i cittadini.

 

Il settore pubblico interviene per sopperire alle carenze di informazione e possiamo considerare l’informazione un bene pubblico; informare un individuo non diminuisce la quantità di informazioni a disposizione degli altri.

 

L’efficienza richiede che l’informazione sia diffusa gratuitamente: che il prezzo per la diffusione dell’informazione sia legato al costo effettivo di trasmissione dell’informazione.

 

Spesso il mercato non riesce a dare un’informazione adeguata perché, alla stregua dei beni pubblici, non riesce a garantire un’offerta sufficiente, un problema legato alle caratteristiche dei beni pubblici è che c’è una sotto produzione del bene perché il costo marginale del bene, della produzione di un’unità addizionale, è zero e il prezzo da adottare sarebbe zero, nessuna impresa avrebbe incentivo a produrre un bene il cui prezzo sia zero.

 

Spesso il mercato privato garantisce un’offerta di informazione inadeguata. Le risorse che vengono investite in nuova conoscenza (ricerca e sviluppo) possono essere considerate come una categoria di spese per l’acquisto di nuova informazione, che dovrebbe essere messa a disposizione della collettività, ma il mercato non riesce e non è incentivato a dare informazioni sulle nuove ricerche e sviluppo.

 

Quando il mercato viene meno il settore pubblico interviene nel sopperire alla carenza.

 

Altri fallimenti del mercato sono legati alla disoccupazione, inflazione e disequilibrio, in questi casi è necessario l’intervento dello Stato con manovre che incentivino l’occupazione e con politiche monetarie che riducano l’inflazione. In una situazione di disequilibrio generale il settore pubblico deve intervenire per cercare di ripristinare l’equilibrio nell’economia.

 

Oltre alle cause di fallimento del mercato che portano ad una inefficienza economica, per la quale è necessario l’intervento dello Stato, anche se l’economia operasse in una situazione di Pareto-efficienza, potrebbe comunque essere necessario l’intervento dello Stato per la distribuzione del reddito e per i beni meritori.

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Distribuzione del reddito: se il mercato opera in maniera efficiente raggiunge un’allocazione Pareto-efficiente, ma tutte le allocazioni che sono efficienti, non è detto che siano anche eque, il mercato infatti potrebbe raggiungere un’allocazione efficiente, ma iniqua, in questo caso è necessario l’intervento dello Stato che, attraverso la tassazione, cerchi di ridistribuire il reddito dai soggetti più ricchi ai soggetti più poveri.

 

Il settore pubblico dovrebbe intervenire con imposte sui capitali o sui redditi più elevati e con trasferimenti di sussidi per le fasce meno abbienti. Ci sono vari strumenti che permettono di livellare in qualche modo il livello del reddito tra la popolazione, come gli assegni al nucleo familiare.

 

Ci sono una serie di economisti che studiano il modo più efficace per cercare di ridistribuire il reddito, cosa non semplice perché le imposte sono distorsive e producono dei costi alla società: è necessario effettuare una ridistribuzione, ma in maniera meno costosa.

 

lo Stato dovrebbe intervenire quando gli individui non agiscano secondo il proprio interesse. Alcune volte non basta la diffusione delle informazioni per fare in modo che i cittadini, anche se informati, non agiscano contro il proprio interesse.

 

I beni che lo Stato costringe a consumare, come ad esempio i caschi per le moto o l’istruzione elementare obbligatoria, vengono definiti beni meritori (merit goods).

 

La teoria in base alla quale lo Stato deve intervenire, perché conosce ciò che è nell’interesse degli individui, viene definito paternalismo, che porta all’obbligo di consumare alcuni beni da parte della collettività.

 

Oltre alla concezione paternalistica, il settore pubblico ha l’interesse di porre dei divieti per non sopportare in futuro dei costi. Il ruolo del settore pubblico comprende due approcci, l’approccio normativo, che riguarda cosa dovrebbe fare lo Stato e l’approccio positivo.

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L’approccio normativo fornisce il criterio per individuare le situazioni in cui lo Stato dovrebbe intervenire (come interviene e se interviene in maniera giusta), tenendo conto dei fallimenti pubblici connessi all’intervento dello Stato. È necessario andare a vedere come i programmi pubblici vengono strutturati e realizzati, perché solo analizzando le componenti si possono individuare le forze politiche in azione.

 

Relativamente all’approccio positivo, alcuni economisti sostengono che la teoria economica deve focalizzarsi sulla descrizione delle conseguenze dei programmi pubblici e sulla natura dei processi politici (analisi positiva) piuttosto che su ciò che lo Stato dovrebbe fare (analisi normativa).

Quindi il ruolo del settore pubblico può essere giustificato attraverso due approcci: l’approccio normativo legato al fatto che il mercato fallisce e di conseguenza interviene lo Stato per sopperire alla carenza del mercato, però anche il settore pubblico può provare le stesse difficoltà che ha il mercato e l’approccio positivo studia la differenza tra l’obiettivo dichiarato dal programma per sopperire alla carenza del mercato e le caratteristiche concrete, quello che effettivamente va a fare il programma; spesso l’obiettivo finale che l’intervento pubblico ottiene non è quello dichiarato. Solo analizzando come il programma è strutturato e realizzato, si capisce quali sono i veri obiettivi del programma rispetto a quelli dichiarati.

 

Efficienza ed equità

 

Trade-off tra efficienza ed equità

Uno dei motivi per cui lo Stato deve intervenire è la redistribuzione del reddito.

L’economia del benessere permette di valutare le diverse scelte pubbliche e di attuare il giusto il trade-off tra efficienza ed equità.

 

È necessario quantificare le variazioni di efficienza e di equità, per cercare di capire qual è il valore relativo da assegnare a ciascuna variazione e a quanta efficienza dobbiamo rinunciare per poter ottenere più uguaglianza, secondo alcuni studiosi è meglio aumentare l’efficienza diminuendo l’uguaglianza, secondo altri l’ineguaglianza è un problema principale per la società e quindi si deve cercare di ridurla.

 

Il primo teorema dell’economia del benessere afferma che le economie in concorrenza perfetta si collocano sempre sulla curva delle possibilità di utilità, Il secondo teorema dell’economia del benessere invece afferma che ogni punto della curva delle possibilità di utilità può essere raggiunto tramite un processo di mercato di concorrenza perfetta, se lo Stato ridistribuisce le dotazioni iniziali in maniera adeguata.

 

La valutazione del trade-off

 

Analisi delle scelte sociali, ipotizzando una società composta da una serie di individui ognuno con una propria funzione di utilità.

 

La funzione del benessere sociale o curva di indifferenza sociale rappresenta l’insieme di livelli di utilità che i singoli membri possono raggiungere e indica il livello di benessere sociale corrispondente ad un insieme di livelli di utilità raggiunti dai membri della collettività. Inoltre rappresenta l’insieme di tutte le combinazioni di utilità degli individui per cui la società ha un livello di benessere costante e in fine dà un criterio per ordinare le diverse allocazioni.

 

Attraverso la funzione del benessere sociale utilitarismo si attribuisce all’utilità dell’individuo lo stesso peso dell’utilità di qualsiasi altro individuo povero o ricco.

 

Alcuni critici sostengono che si deve dare un peso maggiore all’utilità dell’individuo che sta peggio, la collettività dovrebbe accettare una diminuzione dell’utilità del povero solo se accompagnata da un aumento dell’utilità del ricco molto grande, che compensa di molto la riduzione di utilità del povero.

 

All’opposto degli utilitaristi abbiamo Rawls, secondo cui il benessere della società dipendeva dal benessere dell’individuo più povero. Questa teoria è rappresentata dalla curva di indifferenza sociale a forma di L, secondo cui non c’è il trade-off tra l’utilità dei vari individui, ma quello che conta è l’utilità dell’individuo che sta peggio.

 

La funzione di benessere sociale è il minimo tra le utilità dei vari individui: W = min {U1,……,Un} ed è la visione del benessere sociale Rawlenatiano secondo cui nessun incremento del benessere del ricco può compensare una diminuzione del benessere del povero.

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Le critiche che vengono mosse a questi approcci mediante curve di indifferenza sociale riguardano l’impossibilità di individuare con criteri univoci le utilità dei soggetti e quindi della collettività in generale.

 

Rispetto alle scelte sociali, l’unico criterio che lo stato può stabilire per determinare il miglioramento del benessere sociale è quello di ragionare in termini di efficienza ed equità.

 

L’efficienza viene misurata sommando i guadagni e le perdite di ciascun individuo, mentre l’equità fa riferimento ad una misura complessiva del grado di disuguaglianza della società, ad esempio considerando i redditi e i consumi degli individui.

 

Le scelte sociali

 

Quando la scelta non genera un miglioramento paretiano, ossia quando un individuo guadagna benessere e un altro lo perde, lo Stato dovrà necessariamente giungere a un giudizio di insieme, un approccio che di solito viene utilizzato è quello dell’efficienza e dell’equità.

 

L’efficienza si misura sommando i guadagni o le perdite di ciascun individuo, mentre l’equità è misurata facendo riferimento a una qualche misura complessiva del grado di disuguaglianza nella società.

 

La misurazione dei benefici

 

L’efficienza è un modo per misurare il beneficio che l’individuo ottiene dall’utilizzo di determinati beni, questo beneficio può essere misurato tramite la disponibilità a pagare dell’individuo, e quindi del suo reddito, al fine di ottenere un bene.

 

La disponibilità a pagare ci indica il grado di beneficio che l’individuo ricava dal consumo del bene.

 

Utilizzando la disponibilità a pagare come misura dell’utilità possiamo costruire delle curve che ci permettono di capire qual è l’utilità addizionale per un aumento di un’unità del bene.

 

I tre approcci alle scelte sociali sono il principio di compensazione, il trade off tra gli indicatori e i benefici netti ponderati.

 

Il principio di compensazione afferma che se la disponibilità a pagare aggregata è superiore al costo per effettuare il progetto, il progetto verrà intrapreso perché gli individui che si avvantaggiano dalla realizzazione del progetto più che compensano gli individui che verranno danneggiati.

 

Il trade-off tra gli indicatori: si valuta se l’incremento di efficienza vale l’incremento della disuguaglianza o viceversa, mentre i

benefici netti ponderati indicano che, se il beneficio netto aggregato meno i costi del progetto è positivo per i poveri e negativo per i ricchi, il progetto può far aumentare l’efficienza e l’equità, pertanto il progetto verrà intrapreso.

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I beni pubblici e beni privati forniti dal settore pubblico

Differenza tra beni pubblici e beni privati.

 

Per distinguere tra beni pubblici e beni privati si fa riferimento a due caratteristiche: la rivalità nel consumo e la escludibilità.

 

Attraverso la rivalità nel consumo se un bene è utilizzato da un soggetto, non può essere utilizzato da un altro soggetto ad esempio se un individuo beve una lattina di coca-cola un altro individuo non può bere la stessa lattina.

 

La non rivalità nel consumo indica come il consumo del bene di una persona non diminuisce o impedisce il consumo dello stesso bene di un’altra persona, ad esempio, se lo Stato crea un sistema di difesa nazionale, tutti i cittadini saranno protetti allo stesso modo, perché i costi per la difesa non vengono influenzati da un individuo addizionale, ciò non avviene per i beni privati, perché occorrono risorse addizionali per produrre unità addizionali di bene.

 

Per un bene non rivale, l’utilizzo del bene da parte di un altro individuo non comporta un costo addizionale.

 

Il principio di escludibilità indica come sia possibile escludere un qualsiasi individuo dal godimento del bene.

Nel caso di beni pubblici, la proprietà è della non escludibilità, cioè l’impossibilità di escludere un individuo dal godimento di un bene ad esempio una nave che passa accanto ad un faro non può essere esclusa dall’utilizzo del faro. Se il paese viene difeso contro attacchi stranieri, tutti i cittadini sono protetti.

 

Se l’esclusione è impossibile, il sistema dei prezzi diventa impossibile perché i consumatori non saranno incentivati a pagare per un bene da cui non possono essere esclusi dal consumo.

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I beni privati hanno sempre le caratteristiche della escludibilità, gli individui infatti possono essere esclusi dal godimento del bene se non pagano un determinato prezzo.

 

I beni privati hanno le caratteristiche della rivalità e dell’escludibilità; i beni pubblici puri hanno le caratteristiche della non rivalità nel consumo e della non escludibilità; i beni pubblici misti hanno la caratteristica della non rivalità nel consumo o della non escludibilità.

 

I beni pubblici rappresentano un fallimento del mercato.

Se per esempio consideriamo un bene che soddisfa una sola proprietà come la pay tv, il costo marginale di un telespettatore che cambia canale o guarda il programma è zero; il numero di volte che l’utente guarda un programma non diminuisce il numero di volte che un altro utente può usufruire del programma (non rivale).

 

L’esclusione è possibile, perché si possono criptare delle frequenze e solo attraverso un decoder è possibile la visione del programma.

 

Se l’esclusione è possibile e il bene è non rivale, dal punto di vista dell’efficienza non c’è ragione per effettuare l’esclusione.

 

Richiedere il pagamento di un bene non rivale impedisce ad alcuni di godere del bene, anche se il loro consumo sarebbe a costo nullo, al costo marginale zero, pagare un prezzo per un bene non rivale produce una inefficienza perché dà luogo ad un sottoconsumo.

 

Se il beneficio marginale è positivo e il costo marginale è zero si crea una inefficienza, perché il costo marginale non è uguale al beneficio marginale.

 

Se non è possibile imporre un prezzo per un bene non rivale, non c’è incentivo a produrlo, implicando un’inefficienza con la forma di offerta insufficiente.

Esistono beni non rivali per cui non è possibile applicare un prezzo, implicando un disincentivo alla produzione del bene.

 

Si hanno due forme di fallimento del mercato associate ai beni pubblici: il sottoconsumo e l’offerta insufficiente.

 

Nel caso di beni non rivali l’esclusione non è desiderabile perché comporta un sottoconsumo, ma senza l’esclusione si ha il problema dell’offerta insufficiente, in ogni caso si crea un’inefficienza.

Se è possibile escludere degli individui dalla fruizione del bene, anche se il consumo è non rivale, lo Stato può imporre il pagamento di tariffe per chi beneficia di beni o servizi forniti dal servizio pubblico, ad esempio le autostrade sono finanziate da tariffe (pedaggi), le tasse aeroportuali sono considerate tariffe perché è con queste che si contribuisce a finanziare gli aeroporti).

In genere le tariffe sono un escamotage per aumentare le entrate, chi utilizza il servizio è giusto che paghi.

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Il problema del free rider

 

Spesso l’offerta, del settore pubblico, di alcuni beni presentano la caratteristica della non escludibilità ed è impossibile escludere alcuni individui dalla fruizione.

 

Fissare un prezzo per il servizio a volte è inutile, perché alcuni soggetti potrebbero usufruire del bene pur non pagando, questo genera il problema del free rider.

 

Nel caso dei beni pubblici se gli individui sono riluttanti a contribuire al finanziamento dei beni, potranno beneficiare del bene anche senza pagare, perché sanno che il bene sarà offerto senza pagamento e che potranno usufruirne vista l’impossibilità di esclusione.

 

Mentre la difesa nazionale ha la caratteristica della non escludibilità e del costo marginale nullo, alcuni beni, come le strade urbane congestionate, hanno costi di esclusione elevati anche se hanno un costo marginale positivo, infatti è difficile far pagare l’utilizzo delle strade anche se la capacità della strada è limitata.

Se una persona in più la utilizza, viene meno la fruizione di altri individui, fin quando si è sotto il livello di congestione, il bene è non rivale, oltrepassata la soglia di congestione il bene diventa rivale.

 

L’impossibilità di attuare un razionamento attraverso il sistema dei prezzi implica che il mercato concorrenziale non porta ad un livello Pareto-efficiente di offerta del bene pubblico ed è necessario trovare delle alternative.

 

Per i beni la cui esclusione è difficile, se non impossibile, lo Stato deve obbligare i cittadini, mediante la tassazione, a finanziare il bene altrimenti ci sarebbe il problema di free riding molto elevato, in quanto gli individui sarebbero riluttanti a contribuire volontariamente al finanziamento dei beni.

 

I beni pubblici possono essere beni pubblici puri e beni pubblici misti, i beni pubblici puri presentano tutte le caratteristiche della non rivalità e della non escludibilità (entrambe le caratteristiche), mentre i beni pubblici misti presentano solamente una delle due caratteristiche (o non rivalità o non escludibilità).